C’è un momento di non ritorno. Quando speri di poter risalire la corrente del fiume

discenderlo fino alla foce – all’inverso – e volare alto fino a rivedere il mare

e quanto costa il prezzo degli occhi in vista di un sorriso.

Offro in cambio la resa del mio saio alla tua camicia bianca aperta sul petto.

Ma se il vento sapesse il fuoco di cenere chiuso nello sguardo

se il vento fosse donna spalancherebbe le sue braccia al cielo

errando di gioia e pena insieme avrebbe urlato; infine

rivolterebbe l’antigona malattia dei nervi.

Nulla offre oggi il mendico a chi lo guarda – nessuna pietà di noi: cerca soldi;

indovina la mano la vecchia zingara – che sarebbe andato tutto a puttane lo avrei capito dopo. Scappo via stringendo la pietra scaramantica dell’oggi

vento donna, scappo via come il vento.

– h.: 9,25 – 011

h.: 10,05 – È il tempo che scriva di petto, senza giri, le parole per dire come si può cancellare il senso di un dolore portando sull’altare il fottuto io-idolo al punto da farne dio. Ma chi apre per primo la mano nella carezza? chi entra nell’altro aspettando l’ora della solitudine? Guarda – a te che parlo – i miei sandali sono consumati dal lungo cercarti – non hanno più colore gli occhi ma solo orbite – le mie ossa sono briciole di segale steli di giunco – cartilagini.

Tra non molto mi leverò in volo – verrò alla casa sul mare – siederò sulla panca avendo il mare di fronte – parlerò da sola – una solitudine compagna non mi lascerà mai più – scriverò sul quaderno vuoto una riga avendo cura di alzarmi in tempo per il caffè – la sigaretta da tenere in bocca – l’acre tabacco nel mio cibo di ogni giorno – facendoti ridere e cantare soddisfatto di te – a conferma di essere stata un’altra rovina.

Ma io ora sono un nido di rondine – tarpami pure la seconda ala – che il mio sguardo intimorito non temi – succhio il germoglio del tuo silenzio – cieca di voce- senza volerlo regina dal niente divenuta niente – carta di pepe di letture insolite – la tua ultima carta straccia – viaggia così leggero di me.

Mi addormenterò nel sole bianco di pietra e polvere – passi e scalpiccii – latrati lontanissimi – due “oh”, due “aprila!”, la tavola è imbandita – «non andare non andare via senza me» – spiegare l’inspiegabile serve a poco – nessuno capirebbe – meglio mostrarsi nella propria nudità – una poesia priva di senso – da deridere con gli accademici – meglio per me restare ignota – ricordare tutti coloro che ho visti morti – stesi su un tavolo da cucina – i bambini di una volta – dati in pasto alla morte gratuitamente – e scusami, maestro, se oso mettere qualche virgola alla mia prole di memoria.

Tu non sorridi più – né mi parlerai oltre – forse sei già morto – come morto è questo mare – la sabbia sciolta nel tramestio della risacca – intanto che guardo si apre la finestra sulla strada e un uomo solo rimescola sul PC parole tra le fronde e la fronte cercando di risalire lontano alla mia fonte. Macina il tempo il ricordo che avrai di me. Nella mia mano non rimescolo dadi. Il viso di orzo tiepido per le ginocchia – un succo di mela per me che non ho stracci da comprare .

Ti mostro il mio mosto – la colva di grano e melagrana da mangiare al giorno dei morti – qui c’è un’anima antica che non vuole lasciarci. Se io sono così tu non puoi vederlo – non puoi volerlo – se mi neghi – annega il tuo disprezzo nella rauca lisca lirica dell’imprecazione.

Ma poi cosa aveva quell’uomo lontano mentre ci guardava camminare uniti?

Modificheremo i nostri loculi in moduli infine – alla luce di quanto sopra – per lasciar spazio a ciò che non abbiamo avuto mai il coraggio di dirci.