Non c’è niente di romantico
nelle poesie, niente di simile
alla musica o
alle emozioni e
la parola cresce rugginosa,
meccanica, dal pensiero,
si sintetizza informe come la risposta
di un cameriere. E se scriviamo è
per paura, nevrastenìa, e ne
parliamo così raramente, come
un discorso di malattie, e ne
indaghiamo le ragioni, dove
la ragione non sussiste. E tutto questo è
cieco e freddo e buio, per questo il
gatto si stringe nell’angolo e soffia al
padrone e non è mai felice d’aver
scritto una poesia o
nei cieli, la solitudine dei metalli,
stride a velocità supersoniche
mentre unisce i continenti,
colma di anime pressurizzate e
ansie.
E questo sarebbe di gran lunga il
Miracolo.