La poesia, per me, coincide con la poetica del Realismo Terminale che sa leggere questo terzo millennio.

Poetica e canone sono coatti, cioè obbligati. La similitudine è rovesciata, vale a dire che non sono più gli oggetti ad assomigliare alla natura ma viceversa. Infatti essi oggetti, dominanti sull’uomo, rendono lui e la natura, non ancora trasformata in prodotto, a loro immagine e somiglianza.

Il sole sembra una ruota di scorta e non viceversa. Il paesaggio sembra una cartolina, il gabbiano un aereo e così via. Sono infinite le similitudini rovesciate. Esse sono il canone di quest’epoca. Come mai? Irresistibilmente l’umanità, popolo per popolo, va ad accavallarsi sulle già affollate metropoli dominate dagli oggetti, modelli di tutte le similitudini. 4 miliardi di persone su 7, sono oramai accatastate; la rimanente parte si avvia a farlo.

E’ questo il Realismo Terminale, genti e oggetti , fra loro, a distanza zero, cioè appunto terminale.

Non è vero niente che la poesia sia finita, al contrario una totalmente altra sta incominciando. Ce n’è per un tempo, la cui lunghezza non sappiamo nemmeno immaginare.