Mappare un disegno alla finestra.

È una pioggia di lava che inonda

e lava la giostra e ballava laggiù

sola in mezzo alla valle sputata

dalle più pingue montagne

indigeste di fiori blu, accarezzavano

il volto, il dorso o la schiena di

questa amara collina maipiùverde.

Il blu, era quasi trasparente,

si affacciò novembre ad urlarci il

suo gelo, reo d’aver seppellito

ottobre nella neve che portava

nelle sue tasche spoglie di sole.

Mi addormentai nella tua mano,

mentre l’odor di letame e fieno

penetravano il mio sogno.

A svegliarmi, fu lui stesso,

scuotendomi il sistema nervoso.

Questo autunno nebbioso e grave

non ci porterà lontano,

né vicino a noi sarà il profumo

del mosto, ma bottiglie vuote

di vino nascosto nel nostro

fegato, ci porteranno a credere

che l’autunno

sia qualcos’altro. Qualcos’altro.

Staremo qui, in paese, tra le maree

di pietre e cascate di foglie ambrate

a contarci le dita, una per ogni anno

e per ricominciare, tra dieci, a pensare

a qualcos’altro. Qualcos’altro.

Non voglio abbandonare l’erba che

mi sostiene, non mi piace neppure

l’idea di doverla sostenere io, un giorno,

quando seppellite le mie carni, sarò cibo

non per vermi, ma legna d’ardere per

fuochi che scioglieranno pochi inverni.

No, io non me ne voglio andare.

Se vuoi, tu va pure, ti manderò a quel

paese, comprese le spese di spedizione.