Lo spasimo verbale

di Melo Freni

Introducendo la raccolta di poesie di Diego Conticello Barocco amorale (LietoColle Editore), Silvio Ramat, suo maestro all’Università di Padova, invita il lettore a vincere il disagio che in apertura di libro gli potrebbe procurare il neologismo “pioggono”, che poi è solamente il primo dei tanti di cui “si nutrono” i versi dell’esordiente poeta.

Da componimento in componimento, infatti, si incontrano parole attribuibili ad una “deformazione” o “dilatazione” del lessico usuale, secondo, d’altronde, la stessa conferma dell’autore che scrive “queste poesie sono figlie di una intuizione che va al di là della quotidiana ragionevolezza, … così la parola disusata scaturisce dall’intuizione … si carica di sensi plurimi, di sovrasensi, pronti a scattare in direzioni anche contrapposte”.

È uno “spasimo verbale”, senza dubbio è una originalità ed è meritevole che essa vada ascritta ad un giovane (27 anni) che si presenta col coraggio di portare del suo “dato che ormai in poesia è stato detto tutto”. Ed a sostegno che non siano velleità improvvisate ancora Ramat avverte che Conticello “ha messo piede non ancora ventenne” sul versante di un Barocco “compatibile col gusto del XXI secolo”; ed in questo certamente non secondaria è stata ed è a sua assidua frequentazione della poesia del conterraneo Lucio Piccolo, di suoi “Canti barocchi”.

Il nostro culturalmente con la parola ci vive, ha le carte in regola, laureato com’è in “Linguaggi e tecniche della scrittura” e specializzando in “Letteratura e Filologia moderna”.

La constatazione dell’ormai raggiunto svuotamento della parola e dei suoi significati non è di oggi, e se già nel 1919 Man Roy ne aveva sperimentato la cancellazione una ragione doveva pure averla. Conticello, invece, non la nega, bensì la rinnova secondo la ricerca di un rapporto fra la parola stessa ed i substrati emotivi che la suggeriscono. Così, un abbraccio “richiara” da abissi, il silenzio è “ridace”, l’oceano è “bluato”, il selciato è “lumente”, e rivolto alla luna “lumi” in me, … “ammutato” di notturno, e l’ansia “tramuore”, il brivido “esfonda”, forzato abbandono è “l’alcovarci”, e così via.

Ma in questo Conticello non si impegna in una dimostrativa scommessa con sé stesso, nell’ordinario lavoro di minatore, vorrei dire, che è del lessico, ha il merito di sapere incastonare la parola ristrutturata quando occorre ed al posto giusto, senza strafare, ad esclusivo servizio del contesto, per cui neppure di neologismo si dovrebbe parlare, ma di un originale recupero e risistemazione del sottosuolo semantico.

Il resto scorre da sé, basta disporsi favorevolmente alla lettura di versi che non sono mai banali, ma frutto di una elaborazione articolata in un generale andamento di poesia sentimentale, delicatissima nel suo intreccio barocco, dove anche l’aggettivo di accompagno, “amorale” può essere ascritto alla radice “amore”, per cui “da amore, amorevole”, e non invece ad una “a” privativa. Sarebbe un controsenso e Diego Conticello è attento a come utilizzare i meccanismi del suo estro nel contesto della poesia che conosce bene, quella del ‘900.