Daìta Martinez

(dietro l’una)

LietoColle 2011

I versi di Daìta riflettono un contrordine naturale o un ordine innaturale di un mondo poetico sublime e personale, fatto sì di storie e attori ancorati alle loro radici, costruito attraverso un nuovo linguaggio dove trovano voce lemmi d’italiano e del dialetto palermitano o parole utilizzate dagli stessi linguaggi così come fossero un unico gergo, un unico segno grafico, per parafrasare Elio Grasso.

piazza dei boccioli gremita tulipani cupidi

e quel giorno in più sulla lingua principia”

da (bottoni), pag. 53

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o ancora,

“nappa di neve

su rilievi traversa prati incerti”

da (latice), pag. 54

Nella poetica della Martinez vi è una sorta di neo sicilitudine; un mix di sentimenti e passioni intime legate ad un’identità o nostalgie di una terra che incanta e dalla quale, nonostante disagi e dissensi, non ci si vorrebbe mai staccare. (“nta lu visu ri sta terra ca chianci, ride & murmurìa” – “sul viso di questa terra che piange, ride & si lamenta”, pagg. 37-38)

Non è un caso dunque se troviamo utilizzate spesso parole che simboleggiano luoghi, frutti, fiori, movimenti tipici della terra siciliana. (il silenzio dei gelsomini, disìu, ai quattro canti, l’arrotino & il pupo siciliano, il venditore di sale che abbannìa).

Il senso di sicilitudine nuova che troviamo nei versi di Daìta è espresso pacatamente, come espressione di un sentimento sussurrato e mai gridato, in una sorta di silenziosa esternazione.

Non solo, Daìta utilizza indifferentemente per comporre sia la lingua italiana che il dialetto palermitano in una sorta di nuova “Geenna”, quasi fosse il suono che ne deriva, il significato che ne scaturisce, un particolare luogo di espiazione eterna, in uno speciale rapporto di univoca devozione tra l’autrice ed il verso.

(geenna)

nel (geenna) in piena

intingermi

carme tuo amante.

generata nudità

matura il bacio nel ciliegio

schermata pietra di l’una.

verso origina

supplica del goduto vizio

e naufrago

in te

– umido seme d’orione –

al paesaggio

perduto

bevo del pianto

l’infinito.

Daìta giunge fino ad annullare l’assolutezza della propria firma, fino a rendere inesistente, silenzioso il proprio nome.

Perché Daìta Martinez è uno e mille poeti, in una particolare consapevolezza pirandelliana; consapevolezza che l’uomo non è uno e che la realtà non è oggettiva, nella coscienza delle diversità, sia umane che linguistiche.

Perché quel che importa nella poetica della Martinez, ciò che rende il suo verso, timbro indiscusso ed indelebile segno poetico, non è l’esclusiva essenza di sé quanto la vera assenza di sé.

Salvatore Sblando CoopLett News, n. 1/2012

http://larosainpiu.wordpress.com/2012/02/23/il-periodico-di-cooperativa-letteraria/