Tra oralità e scrittura, la poesia e la semplicità del dire

da poesia 2.0

di Gilda Policastro

Qualche tempo fa ho pubblicato un romanzo, o meglio un libro in prosa, Il farmaco (uscito per Fandango): in un’intervista sul libro, mi è stato chiesto: «Si può dire che vieni dalla poesia?». La domanda non mi ha sorpresa: so bene quanto gli ambiti della narrazione e della versificazione siano talmente distinti e lontani da far apparire, oggi, un marziano vero il giovane Francesco Targhetta che si è cimentato addirittura (e su commissione, alla maniera più tradizionale) con il poema narrativo o romanzo in versi (non a caso, si è preferita la seconda denominazione nel lancio editoriale del suo libro, Perciò veniamo bene nelle fotografie, Isbn). Ugualmente mi sentii di rispondere senza mascherare un lieve risentimento (non tanto nei confronti della domanda in sé, quanto del preconcetto che veicolava, la separazione coatta degli ambiti):

si può dire tranquillamente. Nel senso che dalla poesia vengo, e lì intendo rimanere: se per poesia s’intende un modo di stringere le percezioni in una ritmica significante e comunicabile, un’attitudine, cioè, a pensare le cose con una cadenza e un andamento che in qualche caso può portare a “voltare” (versus vuol poi dir questo, etimologicamente) la scrittura da una riga all’altra, per restituire integra nella forma quella particolare modalità sintetica del pensare, e in qualche altro caso

[…] a lasciare un respiro più ampio alla parola, pur continuando ad assecondare quella ritmica interna che nella mia sensibilità estetica è prevalente, rispetto all’esigenza tradizionalmente “narrativa” del romanzo

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