Ormai ogni nuova pubblicazione di Fortuna Della Porta aggiunge una novità all’orizzonte delle sue opere fin dal suo esordio che ebbe luogo nelle pagine della rivista che curavo nel 2004, «Poiesis». Non mi era sfuggito allora il valore della scrittura poetica della autrice, che mostrava un profilo di sicura originalità nell’ambito della poesia femminile senza avere nulla in comune con la coeva poesia «al femminile» che da almeno due decenni imperversa con l’esposizione di ferite fiammanti e di stigmate preziose da mostrare come orpelli o medaglie di un dolore inflitto e conflitto ab origine da non si sa chi o quale Ente del malaugurio o rito tribale apotropaico.

Quella, ritengo, era la caratteristica principale della poesia dellaportiana, quella inguaribile ostilità alla poesia del cuore, alla edulcorazione dell’anima bella e inferma, quella dei risvolti psicologici e delle ambasce «spirituali». Della Porta è rimasta sostanzialmente allergica a tutto ciò, a tutto un pendio declinante della poesia «al femminile» che privilegiava l’esposizione dei dolori del muscolo cardiaco e la messa in vetrina di anabasi anagogiche della bella interiorità infirmata. L’idea di Della Porta è semplice: quella di mixare espressioni del dialetto campano con frasari colti (della tradizione letteraria) e popolareschi (tratti dai proverbi e da modi di dire autenticamente popolari); intonazioni auliche e illustri con toni ironici e derisori propri dei parlati «bassi». Una miscela di sicuro effetto che l’autrice sa confezionare e ottimizzare impiegando espressioni gergali ed espressioni culte alla stregua di un indifferenziato stilistico, di un pastiche che vanta i suoi antenati migliori nel Laborintus di Sanguineti nel lontano 1956.

Ma Della Porta non è affatto una epigona pedissequa della tradizione della neoavanguardia, è una autrice criticamente consapevole delle questioni oggi sottese all’impiego del dialetto (e la Della Porta lo fa con il contagocce) nel corpo dei testi poetici; è consapevole della mutata situazione e, direi, del mutato quadro «costituzionale» che oggi regola il traffico delle poesie in dialetto rispetto alla poesia in Lingua. Secondo un registro derisorio e meta ironico l’autrice fa rimare il plebeo con l’aristocratico, (il «timballo» con il «corallo», «Vesuvio» con «spluvio», «rovescio» con «sghimbescio»); il sardonico con l’ironico («creanza» con «ecomattanza»), il tono claustrale con quello solare («pescoso» con «spumiglioso»), secondo un procedimento che mina alla base qualunque ipotesi di costruire un discorso serio o serioso sul reale (ma di quale «reale» è qui questione?)… così, anche i verbi declinati al passato remoto («sciallarono» con «scummigliarono» etc) portano un obolo alla fludificazione versale del discorso poetico visto come il luogo dello zapping lessematico e dello zoom morfematico, il luogo privilegiato di un conglomerato linguistico surrettizio e surrazionale, molto post-surreale, dal momento che anche il surrealismo è stato rottamato, atomizzato e ridotto a serbatoio di citazioni al quale attingere, tra un blog e un post, tra un commento e un memento, tra un ritaglio (di giornale) e un frattaglio di gramaglio (titolo tra l’altro azzeccatissimo per quel rimando semantico secondario agli azzeccagarbugli videocratici che pescano e ponzano tra gramaglie, frattaglie e frittaglie dei lessici gergo politici, dei lessici idiomatici delle subculture mediatiche).

Opera astuta e ingenua al tempo stesso questa di Fortuna Della Porta, in instabile equilibrio, priva di adeguate calzature, costretta a camminare (anzi a saltellare con i tacchi a spillo) sul pavimento sconnesso e vetrificato dei linguaggi poetici contemporanei con una andatura e un aplomb degni di migliore passerella. Ecco, direi che la plaquette di Della Porta ci induce in buon umore, è una sorta di vaccino contro i virus dei vulnus al femminile (e al maschile) che rischiano di soffocare oggi il discorso poetico.