Schede critiche, a cura di Sandro Montalto

Nadia Agustoni

Taccuino nero

Le voci della luna, Sasso Marconi 2009

Il peso di pianura

LietoColle, Faloppio 2011

Nadia Agustoni è una delle più convincenti poetesse (e autori in versi, in generale, al di là di ogni distinzione di sesso ovviamente) oggi attive in Italia. Le sue raccolte polverizzano molta opera delle poetesse italiane (questa volta senza distinzione di sesso), quasi tutte egocentriche, malaticce, para-femministe e sostanzialmente autistiche, e si colloca ai vertici di una poesia capace di parlare del reale con una tenuta formale notevolissima, ed un bilanciamento perfetto e godibile di lessici, con una intensità palpabile e un senso chiaro di necessità. Commenti impegnativi, certo, eppure va comunicata la gioia con la quale si incontra una poesia che vividamente ci parla di un autore, con il suo vissuto psichico, sociale etc., che è anche noi che lo leggiamo, e che è non solo singolarità, ma al tempo stesso collettività. Oscar Wilde fa dire a un suo personaggio: ”dopo aver suonato Chopin mi sento come se avessi pianto su peccati che non ho mai commesso, e mi fossi afflitto per tragedie che non ho mai vissuto”; questo, Chopin a parte, credo sia il tornasole di una grande poesia, a patto che questa sensazione sia creata non (o non principalmente) tramite le situazioni descritte ma tramite i rimandi e le frizioni della lingua usata, e tramite una forma di volta in volta adeguata.

Con Taccuino nero Nadia Agustoni ci consegna un volume ben strutturato (tre sezioni Fabbrica, Paesaggio lombardo e voci e le prose Frammenti) teso a restituire situazioni ed emozioni di un generale smarrimento, e di un ventaglio di tentativi per resistere all’abbrutimento, all’appiattimento. Le situazioni descritte (il lavoro operaio, lo scempio del paesaggio, la solitudine, la vuota quotidianità) non sono semplicemente esposte come in molta poesia minimalista, “lombarda” etc. (la quale tende a offrire immagini non scarnificate ma semplificate), bensì, senza alcuna cattiva retorica o facili soluzioni, presentate nel loro effetto sulla psicologia di tutti noi. A volte con immagini forti ed efficaci: “ le ferramenta che esplodono”; “messe al tornio le cervella”; “un refolo che è scossa nelle vertebre”; “ una cappella sistina di ragni e graffiature”, etc. L’autrice si richiama a “fatti spogli”, come viene detto in una delle poesie centrali del volume, non mostrando questa desolazione (come tanta poesia poco fa citata), e dunque rassegnandosi ad essa, ma con una attiva volontà di svegliare le coscienze, presentare il crudo e sollecitare una presa di posizione, se serve mettendo alla berlina luoghi comuni e slogan: “la classe operaia non va più in paradiso”. Tutto il volume è poi pervaso da ondate oniriche, non surreali quindi ma frutto di una elaborazione del reale ( si intrecciano “la voce-sogno e la voce realtà”)

Con un interessante accostamento, peraltro sempre molto rischioso, le prose della sezione Frammenti continuano, con altra forma e linguaggio (ecco la preziosa capacità che i poeti vanno perdendo, di scegliere i propri strumenti), a trattare i cambiamenti sociali e antropologici, concentrandosi su una periferia industriale nella quale si intrecciano ricordi infantili e morti sul lavoro. Però, non si tratta di scritture sul mondo del lavoro, spesso banali, ancora una volta semplificate se non ideologiche, bensì di riflessioni su aspetti vorticosi e mescolati dell’esistenza, mai nettamente separabili nella vita e dunque nella scrittura.

Il peso di pianura è l’ultima raccolta della nostra autrice. Anche questo volume è ricco, ben organizzato in due sezioni, e mantiene in larga parte le promesse. La lettura ravvicinata dei due volumi fa emergere, pare, una minore carica propulsiva nell’ultimo, insieme ad una forma più piana e rilassata; ma non è assolutamente detto né che questo sia un male, siccome un poeta ha tutto il diritto di esprimere diversi modi e toni in diversi libri, né che il secondo volume sia meno attento a determinate tematiche siccome esistono molti modi per essere “civili” e anche, al limite estremo, un sonetto sulla natura può rivelare, magari nelle pieghe della lingua usata, una carica eversiva.

Nonostante il volume precedente sia più rappresentativo delle capacità dell’autrice, anche qui troviamo denuncia e disillusione, forse con un maggiore carico di ironia. A partire dal titolo infatti si demolisce un luogo comune (la pianura può avere un peso, e una fatica, quanto e più della salita), e il titolo di una delle sezioni, così come nel libro precedente si contraddiceva il titolo del un film di Elio Petri, riporta alla realtà un titolo di John Fante e diventa Cosa vuoi che dica la polvere.

A ben guardare ci sono in questa nuova opera anche maggiori carichi di dolore: se nella precedente era ricorrente il tema dell’ “arca” come possibile e disperatamente cercata salvezza, e volavano angeli seppur ambigui, in queste pagine viene detto crudamente che: “ qui viviamo, / qui moriamo, un dio non ci ha salvato”, e ricorre il tema di saggi e re in fuga verso l’oblio e il vuoto, e dell’olocausto non come eccezione ma come elemento di un ritorno, di una ricorsività della Storia: “i bambini di terezin nel silenzio maiuscolo / di nuvole immobili, dove è già accaduto e accade per sempre mentre guardi, il giorno, / vicino alla luce.”

Molti sono i richiami letterari e forte il ricorso a immagini archetipiche e a tratti anche surreali (bisognerebbe però usare questo termine con cognizione), mai disgiunti da una versificazione che graffia, spietata: “ dev’essere la vita/ o un giugno di roghi per sterrati/ cagne orfane di corse e tralicci/ bambini di pane.// dev’essere nei piedi radice” ; “fermenterà il dolore/ la notte avrà ovili e montagna/ e oltre la corsa dei cani viaggeremo/ la terra nel sonno midollo di paesi/ un mietere fumi.” In altri versi della raccolta troviamo una testimonianza circa la necessità di un lavoro sulla lingua, su cui abbiamo tanto insistito, e sull’assurdità di disgiungere questo lavoro dalla percezione della realtà:” una teoria è la casa/ di cose fin troppo note/ e di altre che filtrano i nostri passaggi: / il salto mortale della lingua/ quel bisogno di scalare il buio.” Valga la lezione, in questi decenni di sperimentazione senza ricerca e di poesia civile senza coraggio.