Il peso di pianura di Nadia Agustoni è libro di intricate armonie e cifre complesse. La sua voce poetica si muove dalle profondità di una esplorazione psichica non rassegnata, tra terre violentate e cieche, ancestrali ingiustizie, per dar forma a una invocazione alta, mai patetica. Un io gettato in una acosmia senza apparente carità interroga il denso nucleo dell’essere, attraverso gli assalti e le trasformazioni di una natura tagliente: “io vivo al centro dei cerchi / – uno ad uno – nel loro midollo / di preistoria, la mia vita congiura / ha radice capovolta esiste / come se pensasse” (47).

La silloge si compone di due sezioni. La prima si intitola, con elegante sprezzatura, “Cosa vuoi che dica la polvere”, polvere dei dimenticati e della terra che li serra. La seconda porta lo stesso titolo della raccolta e include, a sua volta, l’omonima poesia: “ti crescono selva le parole / e a sporta il peso di pianura, / in un gesto congedi l’inverno / nei prati si strappano i fiori / le piccole code a zittirci: / ‘per fare stagione e mondo / ogni dono sanguina’.” (53) La mise en abyme dell’espressione che ritorna su più livelli offre una chiave importante al lettore che si immerge nel denso tessuto simbolico di Agustoni: la pianura, lo spazio geofisico dove non dovremmo aspettarci agguati, sortilegi o altre insidie, è sito stratificato, non risolto, colmo di presenze che chiedono udienza, di segni dal tremendo, di umanità abbandonate, di attese purgatoriali, tra “lo solingo piano” dantesco e la “pianura fumida di pianto” di Cristina Campo. S’affaccia forse anche l’allusione a un luogo geo-culturale decisivo per la storia italiana recente: quella pianura (quella Padania) tanto spesso caricata di proiezioni populiste che non hanno però saputo affrontare la questione dei suoi popoli inermi, schiacciati nell’ottundimento da lavoro e dalle storiche prevaricazioni dei forti.

Su questa scena passano, dunque, apparizioni archetipiche, gli “assediati” (17), gli orfani, “l’animale fuggiasco” (14), “gli uccelli impazziti” (34). E i morti, che tornano, sì, ma come condannati a una resurrezione senza pace, senza trascendenza: “non fenice ma lazzaro d’immenso mondo” (27). Insieme a loro s’accompagnano gli sventurati protagonisti del mito, come Edipo e Antigone, le icone di bambini abbandonati, come Hansel e Gretel, i nostri sé sconfitti, nude vita senza biografie. Il peso è dunque scendere giù, “raspare la terra fino alle tombe” (9). Capire è addentrarsi in quei recessi, sembra suggerire Agustoni, e difatti, poiché “la grazia è la legge del moto discendente” – scrive Simone Weil – piene di luce e leggerezza sono le accelerazioni analogiche del suo dettato: “[…] c’è in canali / e fondamenta l’oh di voce e il gesto / viene a parentesi niente eterno i passeri / crescono fame picchiano nel gelo di correnti” (34). Nella levità dell’andamento paratattico e nella trasformatività del lessico e della visione sembra giacere l’occasione di umanissima salvezza offerta da questa poesia: “in terra propizia / ciliegio t’entra nel petto / fiorisce casa” (48).

di Renata Morresi [già apparsa in «Punto. Almanacco della poesia italiana», 2, 2012, Puntoacapo, Novi Ligure]

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