Per me, la scrittura, a un certo punto, è diventata sempre di più un’urgenza, una necessità. Non con quella consapevolezza chiara, almeno all’origine, di volermi esporre. E’ stato un accostamento, sì, progressivo. Ho iniziato prima sotto forma di brevissimi racconti, che ancora conservo nel cassetto. Poi, piano piano, mi sono resa conto che probabilmente la mia vocazione era quella del verso. E infatti ho capito che mi era molto più congeniale, progressivamente, asciugare questa scrittura e quindi – come si suol dire – lavorare per sottrazione. Tant’è che alla fine – io stessa – constatato che il verso è molto essenziale.

D – Spesso, nelle tue poesie quello di cui parli è una interiorità – perché la si percepisce perfettamente – ma come incarnata in oggetti reali, come se il sentimento non fosse descritto da parole astratte, ma venisse suggerito con una immagine reale, con una immagine quotidiana

R – Esatto, ed è quello che il poeta Davide Rondoni – che mi ha voluto veramente regalare questa pagina di prefazione – ha messo in evidenza, proprio questo tratto, che poi probabilmente è il segreto della scrittura capace di visione a partire dalla vita quotidiana, forse anche quella più banale, più sottovalutata, fatta di piatti che si lavano, di panni stesi al sole, di ascolto delle campane che suonano. Ecco, a partire da questo tipo di visione, poi la poesia, laddove c’è, è capace di elevarsi e sì di manifestare sentimenti che si spera possano essere universali e quindi lì – si auspica – che ci si possa ritrovare.

D. – Volevo leggere, o meglio farti leggere, i versi che in assoluto io amo di più di questa tua raccolta e che è la poesia “Fatica”

R. – Sono tre versi: “Mi tiro a lucido il sorriso, stendo l’anima ad asciugare, ma il sole fa fatica, come me”. Credo di averli appuntati mentre ero in autobus, perché poi la poesia arriva anche quando e dove meno te l’aspetti. C’era in me molta fatica: la fatica del quotidiano, la fatica della solitudine, la fatica di dover affrontare nuove giornate, magari sempre uguali, con quegli stessi sentimenti che ti tirano giù, che poi è la fatica anche a farsi avvicinare dalle persone

D. – Questo libro, però, è la dimostrazione che esiste la possibilità di questo contatto: una mano tesa c’è e quindi anche la tua copertina così serena, così speranzosa

R – E’ la sagoma di una bambina, vista di spalle potrei essere io, con il sole, che è legato con un filo al collo di questa persona

D – come fosse un palloncino

R. – Vorrei prendere in prestito delle parole che una persona a cui parlavo un po’ di questo libro e del suo titolo – “Le stesse parole” – mi ha detto: le stesse parole può indicare una ripetitività senza speranza o, invece, una essenzialità che consente di resistere in qualsiasi circostanza. Mi sembra che abbia letto bene.

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