Molinari, parlando di New York, afferma che si tratta di una “metropoli affascinante”. Ovviamente è la sua percezione (come di milioni di altri visitatori), non quella per esempio di Federico Garcia Lorca o del sottoscritto. E, allora, ho cercato di entrare nel cuore e negli occhi del poeta per vedere se è possibile avvertire la “modernità, la cultura, il dolore, il colore, la frenesia”, l’ eterogeneità della mostruosa avanzata dei grattacieli senza un netto rifiuto che non permette confronto o colloquio.

Devo dire che Molinari ha saputo centrare il bersaglio e rendere sia visivamente e sia con le parole il segno di una civiltà contraddittoria e piena di occasioni diverse da quelle offerte dall’Europa. I suoi versi sono una sorta di commento alle immagini o forse le immagini sono un commento alle parole, fatto sta che i due linguaggi si intrecciano e si sposano con una perfetta sintesi dando l’idea, veritiera, del movimento e del caos che si spande in ogni angolo. Non so se Molinari sia riuscito a rubare a New York la sua anima, è certo che ne ha subito la prepotenza e ha nidificato in lui con una sorta di magia senza scrupoli, tanto che le emozioni sembrano essersi dissolte per diventa progetto descrittivo di una condizione non solo urbanistica ma poetica.

Che cosa nascerà da questo impatto? Forse una macerazione lenta per riguardare l’Europa con occhi diversi? O un affondo nel più caustico panorama che sembra frutto di allucinazioni? Molinari comunque non si esprime in proposito, non denuncia e sembra che neppure si abbandoni agli entusiasmi sfrenati, così che ogni fotogramma diviene momento di meditazione e ogni verso accenno alla labilità delle visioni che passano rapide e si dissolvono senza rimpianto.