natalia molebats

Di Silvio Lacasella

Tutto iniziò il 21 marzo 2011. Ad aprire l’annuale ciclo di Dire Poesia fu chiamata Meena Alexander, poetessa indiana, trasferitasi negli Stati Uniti negli anni Ottanta. I suoi versi, che non conoscevo, trasmettono un senso di allarmato spaesamento che si manifesta in chi, spinto il più delle volte dalla necessità del fare, e non da quella del sapere, si allontana dai propri luoghi. Quando accade, lo specchio non può che riflettere, accanto alla nostra immagine, anche il sosia che è in noi. Una presenza con poca memoria e identità culturale, ma forte di una condizione impermeabile che nel vivere d’oggi pare quasi necessaria.

Non nascondo, però, che rimasi incantato anche da come lei, mentre leggeva le poesie e con assoluta naturalezza, muoveva le mani. Erano piccole mani, le cui dita parevano disegnare nell’aria stati d’animo che le sole parole faticavano a tradurre. Come se il poeta potesse anche essere pittore o direttore d’orchestra. Pensavo quanto sarebbe piaciuta agli artisti della Secessione e alla loro tanto auspicata “arte totale”. Quello che più mi affascinava in quel suo fare era, appunto, la naturalezza, lontana da ogni forma di teatralità. M’incuriosiva vedere se le sue mani, lontane dalla poesia, si sarebbero mosse nello stesso modo e, sapendo che il giorno dopo avrebbe visitato la città, chiesi a Stefano Strazzabosco, curatore della rassegna, se potevo unirmi al gruppo, con la scusa di scattare qualche foto-ricordo.

Meena Alexander

Commentando l’episodio alcuni giorni dopo anche con Marco Fazzini, uno dei motori dell’iniziativa, mi venne naturale osservare come fosse un peccato non far rimanere traccia del passaggio in città di poeti così importanti. Ma non immaginavo foto professionali o di circostanza, scattate all’interno di Palazzo Leoni Montanari o delle sale dove avvenivano gli incontri. Lontana era pure l’idea di fare il verso a Nadar, che a metà Ottocento impiegò tre lunghe sedute per scattare la celebre immagine di Baudelaire seduto in poltrona, con gli occhi che fissano il vuoto. Per me sarebbe stato sufficiente testimoniare il transito di questi autori tra le pietre di Vicenza. Coglierne lo sguardo ammirato e sorpreso mentre scoprivano la bellezza del luogo.

Fu così che cominciarono i pedinamenti, poeta dopo poeta. Dal loro dell’arrivo o subito dopo, all’uscita dall’albergo. Fotografare senza essere fotografi, senza veste ufficiale. Con una macchina non ingombrante, da estrarre con facilità dalla tasca al momento giusto. In modo da entrare con discrezione in una dimensione confidenziale, così da catturare un gesto, una posa non retorica, uno sguardo non modificato dalla mancanza di spontaneità di chi sente puntato addosso a sé l’obiettivo.

Da allora, una lunga serie di incontri e una pressoché altrettanto lunga serie di episodi hanno aggiunto poesia alla poesia. Tra tutti, forse il più bello, con risvolti comici e commoventi, e che meriterebbe di entrare in un racconto, è quello capitato con Adam Zagajewski, poeta polacco, la cui penetrante sensibilità entra nel cuore del lettore come aria nelle narici.

Era un giovedì. A Vicenza sarebbe arrivato in mattinata (12 aprile 2011). Prima di uscire di casa, istintivamente, nel computer acceso, digito in Google il suo nome. Così, per curiosità, solo per vedere che faccia avesse e subito compaiono numerosissime sue immagini. Un bel volto, ma la cosa che più mi colpisce è che pur in contesti completamente differenti, lui, Zagajewski, ha sempre il medesimo sguardo, concentrato e serio.

Adam Zagajewski

Verso mezzogiorno, passando per il centro, mi accorsi che in piazza c’era il mercato e fui costretto prima a rallentare e poi a scendere dalla bicicletta. Proprio in quel momento, mi trovai davanti il poeta, dunque nella fortunata condizione di poterlo seguire senza essere riconosciuto. Girava tra le bancarelle, accompagnato da una signora. Parlava, qualche volta persino sorrideva. Ed ecco che, non visto, iniziai a scattargli una foto, poi un’altra e un’altra ancora. Sempre assieme a lei osservava dei foulard, attratto dai colori, immaginavo io. Finché giunse alla bancarella dei fiori. Fiori e piante, e lì si fermò più a lungo. “Guarda la sensibilità del poeta che emerge”, mi ripetevo mentre scattavo nuove foto. Ad un certo punto, lo vidi iniziare un dialogo col venditore. Strazzabosco mi aveva detto che, come gran parte dei polacchi, conosceva molte lingue e tra queste l’italiano.

Lo osservai parlare a lungo e ne rimasi non solo ammirato, ma stupito, al punto che mi avvicinai spalla a spalla per sentire cosa stava dicendo. Difficilmente dimenticherò quelle parole: “Ciò capo, cossa costele quele piante lì che le gò comprà identiche a Camisan”. Eh sì, per quasi un’ora avevo seguito uno che gli assomigliava in modo impressionante e di questo sconosciuto ancora conservo le foto.

Nel pomeriggio, naturalmente, raccontai al vero Zagajweski quanto mi era capitato e lui si mostrò molto divertito. Lo capii perché i suoi occhi ridevano, pur senza cambiare espressione del volto. C’era una bruttissima luce per essere una giornata d’aprile, a causa di un cielo uniformemente coperto da uno strato di nuvole grigie. Iniziai a scattare foto, molte foto, più del solito, prevedendo un risultato modesto. Infatti, a casa, ne salvai pochissime. Una sola mi sembrò veramente bella: quella che lo ritraeva davanti ad uno di quei muri odiosamente rovinati da graffiti finti metropolitani. Mi sembrava potesse creare un efficace contrasto con l’immagine che io mi ero fatto di lui e sovente i contrasti servono proprio per esaltare la diversità. Contro quel muro successivamente avrei ritratto quasi tutti i poeti invitati.

La mattina dopo, dovendo andare a Verona, pedalavo verso la stazione guardandomi attorno. Ben altra limpidezza del cielo. Giunto con una mezz’ora di anticipo, mi tornò improvvisamente in mente che proprio verso quell’ora, prima di andare a Venezia, per l’autore era prevista una visita al Teatro Olimpico. Senza pensarci due volte, ripresi la bicicletta e a tutta velocità andai verso piazza Matteotti, con la speranza di trovarlo tra le statue del cortile. Niente da fare. Attesi dieci minuti, quindici, niente; così tornai in stazione. Nell’imboccare il sottopassaggio, sentii annunciare il treno. Sul mio binario c’era parecchia gente. In quello opposto due o tre persone. Una di queste era Zagajewski, seduto su una panchina, con accanto la valigia. Mi vide e mi sorrise, salutandomi con la mano. In tasca avevo la macchina fotografica e un secondo prima dell’arrivo del treno riuscii a fargli la foto che da due giorni speravo di realizzare. Di recente, mi è capitato di riguardarla e ancora mi sono commosso.

Biografia di Silvio La Casella (pdf)

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