Vito Mancuso incontra i Laboratori di Leggere libera-mente

a cura di Barbara Rossi, psicologa psicoterapeuta

Se un libro può essere occasione di crescita personale, come ci insegna la biblioterapia, questo può certamente valere per Io e Dio. Una guida dei perplessi di Vito Mancuso, Garzanti, 2011.
Un testo certamente impegnativo, di alto valore spirituale, controcorrente rispetto a una realtà dove la corrente si muove all’apatia, spingendo verso un analfabetismo di ritorno.
Dino Duchini, ascoltando un’intervista a Vito, aveva proposto questo testo nei laboratori di lettura ad alta voce, “leggere libera-mente”, che da quattro anni vedono coinvolte decine di persone detenute, nel carcere di Milano – Opera. Il suo entusiasmo ha poi coinvolto altre persone, contagiando il laboratorio di scrittura creativa tenuto da 17 anni da Silvana Ceruti, con cui abbiamo lavorato.
Una votazione democratica, che ha visto anche lo spareggio tra alcune proposte, aveva sancito l’avvio dell’avventura con Vito Mancuso.
È un po’ come iniziare a sciare passando in breve da una pista blu ad una nera: già le dimensioni del volume e poi il linguaggio non sempre “easy” erano stati oggetto di discussione: ne vale la pena? A che mi serve? Perché dobbiamo dedicarci proprio ad un testo così difficile? Io non l’ho votato, perché ora dovrei leggerlo? Come faccio a leggere un testo che mi costringe a frequenti riletture e a ricerche sul vocabolario di termini ignoti?
Anche noi, potremmo dire, eravamo “perplessi”. Alla fine ha vinto lui, Mancuso. O forse no, abbiamo vinto tutti. Era divenuta una sfida molto ambiziosa leggerlo e capirlo e ci siamo riusciti.
Vari elementi ce lo facevano sentire vicino:
– l’aspetto “trasgressivo” (Vito si considera “dentro”; ma l’ortodossia lo colloca “fuori”), per l’affermazione di un proprio pensiero autonomo;
– il tema della perplessità, come per Bruto combattuto tra l’amore per Cesare e l’amore per gli ideali di democrazia, che non si conciliavano molto con lo stile che Cesare aveva adottato, nonostante le sue dichiarazioni;
– il tema della libertà: cosa significa per l’uomo essere libero? Quando io, uomo, sono ricercato da mia moglie e dai miei figli, ci dice Vito, ed anche io ricerco loro, sono “necessitato da loro” e anche da altri bisogni. Quando io, uomo, mi evolvo, è solo negli aspetti più evoluti, spirituali, che posso sentirmi davvero libero;
il dolore innocente e il dolore colpevole, che per quanto possa essere un concetto paradigmatico più che operativo, consente di riflettere sul senso del perdono da un’altra prospettiva;
– la posizione dell’uomo di fronte a eventi che non sono spiegabili con la logica, che ci costringono a porci domande e a interrogarci sul senso delle cose, il senso di Dio.

È stato proprio seguendo questi pensieri che è nata l’idea di invitare Mancuso a Opera per discutere con lui del libro e anche del film, girato a Rebibbia, sul carcere e sul trattamento in carcere: Cesare deve morire, (Paolo e Vittorio Taviani, Orso d’oro al festival di Berlino, 2012).

Ci sono temi trasversali che ritornano, come un filo rosso che possiamo seguire da Rebibbia a Opera, dall’Antica Roma alle città di ciascuno. “Questo luogo, (l’antica Roma di cui parla Shakespeare), mi sembra la mia Napoli”, la perplessità di Bruto, il suo conflitto, non era solo il conflitto del figlio di Cesare ma anche quello dell’attore-uomo, a noi ignoto ma tangibile nelle sue espressioni. Era anche il nostro conflitto. Quante volte ci siamo sentiti così tormentati di fronte a situazioni o problemi di vita?

Curioso anche il gioco di colori che viene offerto dalla pellicola, che fa da specchio al gioco delle emozioni:
le riprese in carcere sono in bianco e nero, quasi a sottolineare la non vita, l’assenza appunto di colore in una vita realmente o metaforicamente reclusa, mentre l’esterno è a colori, a evidenziare la ricchezza e l’intensità dell’arcobaleno che caratterizza il vivere pienamente.
In questo gioco tra le due città, dentro e fuori dal carcere, ci sono quindi contaminazioni interessanti, vivificanti.
Punto d’incontro è in particolare la scena finale dello spettacolo nello spettacolo, al teatro del carcere di Rebibbia, a colori, quando entrano in gioco le emozioni che sono state scoperte e liberate: da quando conosco l’arte, questa cella è diventata una prigione, dice uno degli attori detenuti.
Da cui il valore dei laboratori e dell’arte, di cui pure si è discusso.
Grazie Vito. Nessuno avrebbe mai detto che le persone detenute di Opera avrebbero potuto dialogare con te sui temi della perplessità, di “Io e Dio”, come è avvenuto. Un corsista dei laboratori di lettura.

…se gli uomini ne avvertono la problematicità (dell’esistenza), è perché dentro di loro c’è l’attesa dell’armonia e del bene, un’attesa radicata nella loro stessa carne perché è solo grazie a tale logica armoniosa che sono venuti e rimangono all’esistenza… (Mancuso, p.83)

Ed ecco allora un’indicazione che ci aiuta a volgere un pensiero verso chi decide di togliere il disturbo dalla vita:

ILLUMINATO
Scrivo la tristezza che mi attraversa
e nessuno la legge, nessuno ascolta…
sono un morto che dondola appeso
a una corda: una vita calda priva di peso.
Porterò sotto terra soltanto il rammarico
di un cammino interrotto.
Tutto quello che succede oggi è al di là
della ragione.
La vita è un pezzo di sapone, scivola
tra le mani.
In questa vita non ho vissuto, me ne vado
come sono venuto, e lascerò il mondo
nella sua solitudine.
Giuseppe Carnovale

(Dedicata ad Alessandro, uno dei tanti suicidi in carcere. Giovedi 17.05.2012)

Il percorso seguito dalle persone detenute che ha portato a questo risultato, non è frutto di una occasionale e individuale lettura di libri, né di un solitario lavoro di scrittura o riflessione tra sé e sé. Non è nemmeno sic et simpliciter leggere, scrivere, o ascoltare letture, ma è una pratica di segni e segnali che va compresa oltre le sue espressioni più superficiali e concrete.
Ciò che possiamo contemplare è il frutto di una felice convergenza di vari elementi, che semplificando potremmo descrivere come: un lavoro individuale, unito al confronto in gruppo, con l’utilizzo di metodiche volte a sviluppare la creatività individuale e collettiva, con una delicata conduzione.
Lo staff che lavora al progetto è per questo variegato: Silvana Ceruti, insegnante di scrittura creativa, Barbara Rossi psicoterapeuta, consulente del Ministero di Giustizia da 17 anni ed esperta di biblioterapia, di cui si occupa da 12 anni, Paola Maffeis psicologa collaboratrice, Elisa Mercadante, fotografa reporter fotografica degli eventi, Sergio Angeletti e Silvia Pogliaghi per una adeguata diffusione dell’informazione, Maya Ziglio come web master.
Dall’inizio ad oggi, il progetto è sempre cresciuto. Presto potremo prendere visione dei prossimi step.

Barbara Rossi, psicologa psicoterapeuta

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