Versi italiani più vivaci delle noiose antologie spleen americane

Eccoci dunque all’accusa secondo cui parleremmo bene solo di poeti stranieri e defunti; e ci diletteremmo, in linea col cosmopolitismo felicemente parochial di questo giornale, a sfottere i contemporanei & conterranei. È un’accusa assai lusinghiera, peccato sia del tutto infondata.
Per dimostrarlo, e al contempo evitare la riproposta di versi pur belli ma già considerati, ci limiteremo a citare un paio di autori italiani fra i tanti che, per motivi di spazio, abbiamo segnalato senza il corredo di versi che ne comprovassero la levatura.
Andrea Inglese, per esempio – di cui abbiamo detto un gran bene. Poeta italianissimo, checché sostenga il cognome; e vivente, benché solo dal 1967. I suoi versi (“ma ogni giorno che non sono morto | è un bel giorno, vale la pena | di scriverlo, nel niente di urgente da fare, | vale la pena davvero”), insieme a quelli di Azzurra d’Agostino (“nessuna parola sia dove la parola manca | e questo mio essere di garza non varchi alcun silenzio | non tema mai alcun silenzio alcun silenzio mai”) e di Luigi Autunno (“Dal trapezio della porta socchiusa | fino al braccio di traverso sugli occhi | discende tra le dita | la carezza dell’aria in movimento. || Dal capo volto in altra direzione | la mano pende verso il pavimento | si illude se non sfiora | la consistenza assurda degli oggetti”), costituiscono uno dei pochi buoni motivi per acquistare l’antologia poetica Il segreto delle fragole. (Strano libro, questo dell’editore Lietocolle: nel sottotitolo si annuncia come “poetico diario 2004”, e di fatto è una sorta di agenda che, accanto alle voci di giorni e mesi, propone poesie di varia fonte e altalenante qualità – più un’appendice in cui sono elencati nomi e indirizzi di editori, riviste, siti e premi letterari legati alla poesia).
Si è detto bene anche di Roberto Deidier, nonostante gli abusi di Salinas in cui gli capita di incorrere (“Non andartene lontano | quando a sera ci addormentiamo | insieme, non andare | per sogni troppo ripidi”); così come si è detto bene delle dissertazioni poetiche di Ennio Cavalli, la cui cocente levità riaffiora oggi nella raccolta Cose proprie, sia fra i versi (“Lati rossi della femmina: | unghie, labbra, pregiudizi. | Lati pari sottoscritti: | curve, caviglie, inverosimiglianze. | Sangue senza pareti, | plasma lunare”) sia nella prosa (“Metro di resistenza, la poesia: un piede nella staffa della storia”).
Tutti poeti italiani, e vivi: diversi per ispirazione ma identici per vis poetica, e di rara vitalità. Nulla a che vedere, per esempio, con la noia ferale di West of our cities, sedicente “nuova antologia della poesia americana” in cui l’unico verso davvero vivo (“consumammo il nostro sguardo neonato a forza di guardare”, nell’ottima traduzione di Damiano Abeni) è opera di un’autrice – ElizabethBishop – citata ma assente dalla raccolta, forse perché defunta (eppure c’è anche roba di trent’anni fa, quand’era ben viva).
Si salva qualcosa di Charles Simic e del curatore Mark Strand, ai cui versi manca comunque la densità lirica delle prose che ha dedicato a Hopper nella monografia edita da Donzelli (Un poeta legge un pittore) e del memorabile saggio di Sudden fiction. Il resto è accidiosa elegia dello squallore, il solitorecreational spleen di tanta letteratura USA contemporanea, con la poesia ancora una volta ridotta a brutta prosa affetta da smottamento degli a-capo: “…Era salito sulle travature del ponte, | verso la baia, in un pomeriggio terso, azzurro. | E nell’aria salmastra gli era venuto in mente ‘frutti di mare’, | aveva pensato che era un’espressione vagamente ridicola. Nessuno | diceva ‘frutti di terra’. Pensava che era umiliante per la perca iridescente | che aveva tirato a riva lucente dalla scogliera…”
Giusto per capirci: l’autore di questa lagna sciancata è l’ottavo America’s Poet Laureate, non un qualsiasi candidato al Nonino. E, di fronte a simile paccottiglia, è proprio difficile non dirsi autarchici.

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Nuovi poeti yankee –
nostalgia della Pivano.
Chi l’avrebbe mai detto.

Articolo di Sergio Claudio Perroni da Il Foglio del 20 marzo 2004

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