Porta miningresso una sedia

un’altra sedia e tu,

come scandisce lentamente

minuti beffardi

e nanosecondi

il tempo

fra te e la poltrona

fra la poltrona e la sedia a capotavola

lungo il tragitto fino al bagno

e alla porta della camera.

La placenta ha chiuso definitivamente

il lato sinistro del letto.

Non può più rinascere,

non hai cullato abbastanza la stanza:

pregava ogni giorno di morire

durante la lapidazione

dall’angolo a destra del cassettone.

Ora solo, continuano

a inficiarti l’inventario dell’armadio

la pila di lenzuola e le giacche,

c’è un buco nel reticolo delle camicie a quadretti

e l’olio, in cucina, è sceso di livello. Qui

mani occulte occultano

cadaverini di vetro per razziare –

in buste di plastica biodegradanti.

Alle tre il cappotto

ti porta via per un’ora,

il male ti è sceso nelle gambe

come il piombo della sigillatura.

Volti ti si avventano addosso:

con l’occhio paretico osservi

il loro deficit permanente.

Neanche la pietà ti può salvare, ti aspetta

una lunghissima sera.