Giuseppe Piccoli Fratello poeta LietoColle, Faloppio, 2012 pp. 96 € 13,00

In un noto passo dei suoi Quaderni del carcere Gramsci scrive: «Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale».

Con questo libro Fratello poeta di Giuseppe Piccoli (1949-1987) vede la luce una antologia di testi, per l’esattezza sessantaquattro (editi e inediti) nella collana curata da Maurizio Cucchi. Si sentiva l’esigenza di una pubblicazione che presentasse al pubblico il profilo di un poeta che ha vissuto la maturità creativa nel decennio degli anni Ottanta. I testi antologizzati sono tratti dal primo libro edito nel 1981 fino alle ultime composizioni inedite che risalgono all’anno del suicidio dell’autore. Giuseppe Piccoli aveva già pubblicato durante gli anni Settanta alcuni libri con scarsa diffusione editoriale che non hanno certo contribuito alla conoscenza della sua opera poetica. Si deve ad Arnaldo Ederle il merito di aver mantenuto viva la memoria del poeta scomparso con alcune pubblicazione sul mensile di Crocetti «Poesia» e, infine, a Maurizio Cucchi che lo inserirà nell’antologia Poeti italiani del secondo Novecento pubblicata nei “Meridiani” Mondadori nel 1990 contribuendo alla ufficializzazione e a una prima storicizzazione della poesia di Piccoli nel contesto della poesia italiana del secondo Novecento.

Ad una visione panoramica della poesia di Giuseppe Piccoli vista negli anni a cavallo tra gli anni Settanta e Novanta, giovandoci oggi del senno della distanza temporale, possiamo dire che ha i tipici caratteri della poesia di transizione di quegli anni del riflusso dalla poesia di impegno civile e sperimentale degli anni Settanta a quella del ritorno del privato tipica degli anni Ottanta. Entro questa parabola epocale direi che si consuma anche la vicenda stilistica ed esistenziale di una poesia che si attesta stabilmente nel genere della poesia di confessione: il mal de vivre e la ribellione all’ordine di una società costrittiva costituiscono i due binari entro i quali si inscrive il percorso biografico ed esistenziale del poeta. Certa predilezione per una terminologia «leggiadra» convive insieme a dichiarazioni di poetica esistenziale: «Baci. Ma nell’aria c’è una / malattia dell’Essere: la chiami / noia…»; dove chiarissime sono le declinazioni dirette al lettore con il quale si vuole instaurare un dialogo diretto, senza preamboli o infingimenti, appunto, per «evadere ogni possibilità di offesa». Un genere quello della poesia confessione che l’autore interpreta sulla falsariga dell’«offesa» e della «difesa», come un corpo a corpo con l’interlocutore e l’«io» che si sdoppia ad interlocutore «Altro», dove l’Altro diventa il significante dell’«io» per un altro significante; la varietà coloristica oscilla da un «nero vento reale rosa bianca», tra i personaggi che sono sempre uno sdoppiamento dell’«io»: «Il figlio e il dio», «l’idiota e l’angelo», con scambio di posizione tra il «testo» e «la vita» («Mi divincolo dal testo per uscire / alla vita…». Per un verso poesia giovanilistica che tocca i suoi esiti migliori quando può attingere la dizione diretta, per un altro verso poesia che è destinata a rimanere prigioniera del proprio cliché, inscritta attorno alla posizione centrale dell’«io».

Nulla è più lontano dalle intenzioni di Giuseppe Piccoli dal porre «la questione della lingua». Per la «nuova poesia» degli anni Ottanta essa non è più il problema centrale da cui ripartire, e quindi non c’è più un problema politico o politico-estetico in questione, né tantomeno vi si trova la questione del ricambio dei «gruppi dirigenti» o quella della «egemonia culturale». La poesia confessione di Piccoli è tutta inscritta in questo codice genetico, e qui stanno i suoi limiti insieme ai suoi indubbi meriti. Possiamo affermare, con alto indice di gradimento, che dagli anni Ottanta in poi la problematica della lingua è uscita fuori del quadro teorico di riferimento della «nuova poesia», fuori delle problematiche che costituivano il paesaggio dell’orizzonte di attesa della poesia del tardo Novecento. Probabilmente, il sistema strutturale di riferimento della poesia degli anni Ottanta non ricomprendeva più alcuna possibilità di «bucare» l’orizzonte di attesa della poesia di quegli anni; la poesia non si dà più come attività «eversiva» o «contrastiva» o, come andava di moda asserire negli anni Settanta, come «pratica antagonistica».

L’aspetto più significativo è che la poesia di Giuseppe Piccoli resta estranea anche alle credenziali di poetiche neo-orfiche, neo-metriche e neo-materiche che avranno campo negli anni a cavallo degli Ottanta e Novanta. Insieme alla Tradizione è franata, in quegli anni, ancor di più anche l’Anti-tradizione, nella contrapposizione tutta novecentesca, che in maniera indiretta ha contribuito a puntellare la legittimità politico-estetica di petizioni della poetica maggioritaria che prediligeva il ritorno ad una poesia dell’«io» e agli esiti del minimalismo. In questa situazione macro storica Giuseppe Piccoli sembra fare un passo indietro, consolida il genere della poesia confessione, si trincera nella posizione di una poesia monologante rigorosamente incentrata sulle intermittenze del cuore, per poi fare un passo ulteriore: paradossalmente, sempre all’indietro, verso un tipo di poesia che adotta un metro ricalcato sulla flessione narrativa, sul «parlato»: narratologicamente un verso breve che nelle ultime poesie inedite slitta a sintagmi e a spezzoni in strutture strofiche frante in via di fibrillazione e di scomposizione, con adozione del «quasi parlato», sul piano pre-linguistico del «quasi pensato», ovvero, di quei sintagmi di pensiero che ciascuno produce, o crede di produrre, su quei pensieri che ciascuno pensa di aver detto senza che mai li abbia veramente profferiti, di quella entità limbale della coscienza che la coscienza abita nello sdoppiamento della vita quotidiana.

È il personalissimo modo di intendere di Piccoli un concetto di poesia che in quegli anni aveva conosciuto un certo rigoglio. Ora, sta di fatto che il «quotidiano» di Piccoli è cosa ben diversa da quello della poesia di adozione milanese o da quello, mettiamo, di area romana delle riviste «Braci» e «Pratopagano»; il suo è un quotidiano inestricabilmente intrecciato con i lacerti del vissuto in un equilibrio stilistico che si rivelerà, con il passare degli anni, sempre più instabile e problematico. È tutto ciò che produce una «intermittenza» del cuore e della mente, una devastazione, una distruzione, in una zona limbale intermedia tra l’alienazione del piano quotidiano e la feticizzazione del linguistico, tra l’inattualismo del quotidiano-esistenziale e la inattualità del quotidiano-stilistico.

Pur con delle discronie e pause nei «diminuendi», che in alcuni luoghi cadono nello pseudopatetico, il libro resta compatto nell’alternanza di accelerazioni e brusche frenate, nei diminuendo e negli andanti, nei larghi e negli improvvisi raccourci, compattamente aderente alla centralità di un «io» de-carnevalizzato, dove il piano lirico viene violentemente deiettato sul versante narrativo con ripercussioni stilistiche senz’altro positive per la carica anti-letteraria che conserva. Si ha la sensazione che la poesia di Piccoli avverta con chiaroveggenza nel corso dell’ultimo decennio l’approssimarsi della crisi stilistica ed esistenziale senza saper peraltro trovare il giusto diagramma stilistico che quella crisi richiedeva. Personalmente, preferisco i luoghi in cui Giuseppe Piccoli si ricorda della lezione di un Villon e di un Cecco Angiolieri a quelli in cui si rammenta dei «diminuendo» alla maniera dei crepuscolari. Per concludere, direi che il suo tragitto stilistico era già tutto inscritto nel suo tragitto esistenziale; il non aver saputo o potuto scindere questi due binari probabilmente si è rivelato esiziale alla vita del poeta come anche alla sua poesia più tarda.