Ancor più che un libro di poesia L’undicesimo giorno di Francesca Ruth Brandes si configura come una guida spirituale per il viandante spaesato e affaticato nel suo viaggio spirituale e terrestre. In un certo senso lo spirito che anima questa raccolta poetica ricorda La guida dei perplessi (1190) di Maimonide in quanto può essere intesa come un breviario filosofico-esistenziale metareligioso, sospeso tra Ebraismo e Buddismo. L’undicesimo giorno si manifesta come espressione di un’intensa spiritualità ed accettazione del vivere qui ed ora, in un presente che spesso non corrisponde alle nostre aspettative. Questa limpida raccolta poetica, partendo da una riflessione sulla frase di Nichiren Daishonin ” (…) il viaggio da Kamakura a Kyoto dura dodici giorni: se viaggi per undici giorni e ti fermi quando te ne manca uno solo, come puoi ammirare la luna sopra la capitale?” è un richiamo a vivere nell’undicesimo giorno con la grazia della consapevolezza, essere presenti a noi stessi nel giorno della fatica e dello scoramento,nel momento in cui la tentazione di abbandonarsi ad una tetra e rassegnata inerzia si fa sempre più incombente. Francesca Ruth Brandes ci invita a non consegnarci alla resa, a non abdicare, poichè proprio in quell’undicesimo giorno sta racchiuso lo sforzo più arduo della creazione, prima che il ciclo della manifestazione si compia.

Nello Zodiaco, l’undicesimo segno corrisponde all’Aquario, il Portatore d’acqua, emblema della trasformazione e del cambiamento ancora in nuce.

L’undicesimo giorno ci parla di un momento di sospensione in cui tutto è ancora possibile, in quanto nessuna meta è stata ancora raggiunta: si può andare avanti, oppure tornare indietro. Francesca Ruth Brandes ci rivela che appunto in questo dimorare nell’instabilitas sta il senso più profondo dell’essere umani, il punto fatale della decisione, del cambiamento, la possibiltà di mutare direzione al proprio sguardo. Solo se impareremo a stare in questo punto apparentemente morto e non manifesto, l’indomani, lo splendore della Luna sulla capitale ci sorprenderà, quando ormai si era imparato a non attendere più alcuna meta.

Le ventisette poesie presenti nella raccolta si configurano come le ventisette stazioni di un viaggio intenso che l’Autrice compie con la leggerezza di una progressiva spoliazione che solo un viandante che ha imparato a rinunciare ai suoi pesi può compiere.

Viaggio che diviene metafora liquida di navigazione incerta ma irrinunciabile “Al timone la barra/tengo/sbagliando i portolani./ Non so leggere la rotta/eppure è giusto/quest’essere nonostante/ il procedere controvento/e gli incidenti/l’imprevisto mancino che sbalestra le vele.” (Liquidamore) poichè anche il procedere controvento offre inaspettate possibilità nutrite da un’attesa silenziosa. “D’attesa silenziosa/vive il desiderio/seme nella terra/che bagno/ogni sera al rito.”

C‘è in quest’attesa una dignità fatta di strenua e gentile resistenza che induce a nascondere perfino i battiti del proprio cuore. il viaggio di Francesca Ruth Brandes però non è un viaggio meramente individuale, ma un percorso condiviso nel quale si intrecciano in perfetta sintonia la ricerca spirituale e l’impegno civile. Nel suo viaggio emergono corrispondenze tra la tradizione buddista e i testi ebraici quali lo Zohar, il Libro dello Splendore, uno dei libri più importanti della tradizione cabalistica. E molto splendore compare nelle pagine di questo libro di poesia attraversato dal desiderio di lasciar cadere ogni bagaglio ermeneutico per poter camminare nel presente consapevolmente conservando al tempo stesso la memoria delle ferite più profonde e più intime “di ciò che è stato/ mi allento/ (nell’ordine:/scaricare il peso/e gettare/ogni sasso nell’acqua) /non dimentico/no/non dimentico.” (La scelta).

Il canto di Francesca Ruth Brandes sgorga appunto dalla capacità di cogliere il momento e di riuscire ad abitarlo con serena presenza, perchè lasciar andare il passato non significa dimenticarlo.

Nella legge del mondo/c’è la mia carezza/testarda/l’abbraccio impervio/l’esserci nostro/l’esserci esserci/ essere.” E in questo presente impervio, procedendo controvento, con la polvere della strada negli occhi, continuiamo ad andare, in attesa dell’alba del dodicesimo giorno.