Ecco la proposta di Cartesensibili: riportare a galla e in vista pezzetti di “memoria dalle terre” di ciascuno dei partecipanti, terre reali o nate da quelle originatesi interiormente, terre riflesse, terre risorte o terre sprofondate, nel fondo della vista. Chissà se sarà chiaro da queste voci che è di tutti la terra e non riguarda una falsificazione di interessi!

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spiaggetta del Belvedere

Una panchina nel Parco Da Riva, Blevio – Anna Bergna

Una panchina sulla riva d’aprile.
Durante la contemplazione del paesaggio -dell’insopportabile perfezione- l’identità si dissolveva nella saliva elementare.
Lo splendore degli atomi, degli elettroni orbitanti. Disintegrazione. Compenetrazione e sottrazione.
Sfrattare l’essenza. Soffocare, per cercare altrove il respiro.
E di nuovo, allo sguazzare sulla pietra, l’accostarsi in molecole, tessuti, organi, masse, colori di luce respinta. Armonia. Elastico esistenziale.
Big bang cosmico.
Densità e rarefazione, punti e superfici.
Esisto, il nulla, esisto.
Dalla tavola di Mendeleev al cielo, sulle ali di un airone cinerino, perché la bianca linea dei ciliegi strisciava nei boschi, là, sopra le cave di Moltrasio.

*

Careno

Nel fondo della cava,
sulla riva di un’acqua senza sale,
antiche briciole di montagna,
una chiesa, un prato,
una spiaggia sabbiosa.
Una tela leggera stesa a due mani,
casa lambita dal brusio delle costellazioni,
zattera sottile per adagiarsi a immaginare,
nell’arco di un sopracciglio, l’infinito abbraccio.
Tuttavia, se non l’avete visto questo luogo,
se non avete mai posato la nuca
in questo gomito d’Amore alato,
non potete capire
perché una spirale non sempre sia Scilla e Cariddi
– ma sguardo che sale a volo di poiana-
e la carne non sia sempre da macello
– ma dita posate sopra il seno-
perché non sia tutto come sempre:
uno strazio sul pavimento lucidato.
Direste :
-Non qui, almeno non qui!

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cinzia mupo

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Intra- Cinzia Mupo

Per prodigio d’acque versate
in una morsa di monti
Ho udito in ossido d’anni
canto di sirena
Risuonato nella voce del ventre,
Eco smarrita gridava presenze
Assenze di un oggi distante
Rotolate giù nell’oblio
Nell’ostinata veglia dell’anima
Pace
Ora ritrovo
Nel filo teso a oscuro labirinto
Raccapezzarmi
Un’approdo alfine
Una panchina di riposo
Respirare profondo
orizzontale
Aria che giunge di lontano
Raccoglie d’altitudine cristalli
Si nomina vento , l’Inverna o l’Ernina,
al variare dell’ora e del tempo,
a tillare fragranze d’azalee e rododendri
E’ un rivelarsi lacustre
Di vita

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diego conticello

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Alla mia terra- Diego Conticello

Afrosa matrona,
prostituta
di conquiste, carezzasti
il petto greco,
gracile
tempio filosofale,
tiranno dalla sferza
di sabbia.
Angariato ventre arabo,
imparasti
la passione
e parole di riposo,
proletaria vergine
d’ostro, che i monti
conobbero ancipiti figli
dalle perlate
cattedrali d’aquila.
Avvolta in spirali
di vespri agresti
ti ritrovo ancora
inerme, assonnata
per duemila anni d’eucaristia,
sdraiata
su zigrinature d’ argento,
con le cosce
fumanti
di sole.

*

Ritorna l’autunno

Esce ramingo
dal suo letargo
di mani fredde,
le vecchie donne a lutto
discorrono
di dolci malattie ed insperate guarigioni;
uno strascico di fumo accompagna
le mulattiere al paese,
la terra profuma
d’antiche torri moresche,
che dall’alto odono
il rumore
assordante
del silenzio.

.antonio de santis

MAPPATURA DELLA LONTANANZA- Antonio Devicienti

Cosima Chiriatti, ultima macàra1, dice:

Guardate gli olivi sulla soglia

del giardino

come alzano le braccia nel disco

della luna:

venite voi tutte e voi tutti

che volete galoppare in sella ai pensieri-cavalli

sopra i tetti di Maglie:

nelle stanze di tufo dormono i sonni

chisùre2dove le mamme incontrano

i figli morti nell’altra guerra

e le mogli i mariti emigrati in Germania.

Le ringhiere dei balconi cantano piano

o andra mou pai3.

Appoggio la scala contro la luna

vedo salire le mesce4le mie antenate

dalla cisterna dove guizzavano ed erano

voci

echi

e richiami

verso il mare materiale ch’è la notte:

danno bona sorte ai nascituri

curano i tumori della mente

e del ventre”.

Matteo Tafuri, ultimo violinista delle tarantàte, dice:

Ascoltate l’oscillare del ragno

tra tempo e ossessione

tra giugno e canicola

tra melancolia e Galatina:

colorati nastri e acqua

che si beve con la mente

nella mente che si dondola

ago a trapassare lune e lune

di dimenticanza

di lontananza

di spossanza

per cucirle insieme storia di lune e lune

che non c’è nei libri di storia

che non c’è nei libri dei poeti

che c’è nthra lu ballu ci sana5

e so, so e vedo, vedo

che non capite

perché la mia vi sembra musica bella

ma non è:

spossanza

lontananza

dimenticanza

e servaggio nei campi

e paura

e miseria.

L’emigrazione, infine”.

Melina Nachira, ultima cestaia, dice:

Intrecciate con me questi giunchi

che hanno sapore di palude e di malaria

(infilava6tabacco mia madre

mia nonna pure).

Intrecciando intrecciando

vi racconto la storia dell’acqua

che se dal cielo sempre tarda scende

sottoterra s’infila

e tu, tu vedi rossa, la terra rossa

e pietra, ovunque pietra

mentre la ferrovia ti trasporta lentis-

sima la sete siccitosa

da Lecce a Gagliano del Capo

da Gagliano del Capo a Lecce

e l’estate agli Alìmini

la Passiuna tu Christù7

il ballo tondo alle masserie

le vore8l’inghiottono, le bocche

della terra

dove, se coraggio hai e dentro scendi,

gli occhi di rana ti aspettano

di Santa Maria di Costantinopoli

e senti il mare, i Turchi che tornano,

il sole nero a mezzogiorno”.

Qui prendo congedo – nel fruscìo

degli eucalipti ti rivedo, Totò

Toma,

per raccontarti il Salento nuovo

degl’ipermercati e della bomba

davanti alla scuola

e brucano le masse di turisti

che nulla comprendono di noi nulla –

brucano gli angoli dei nostri paesi

nulla vedendo di quello che guardano.

Che vengano le tue dolci calliopi

i delfini e i falchi lanari

(tuoi diletti animali)

a dare liberazione alla terra

e il canto di Alcmane

(l’imparò dalle pernici)

imparino i ragazzi ad amare

nelle aule antiche del Capece9dove

cominciasti a scrivere versi

prima di salire, come Cosimo di Rondò,

tra le fronde degli alberi

per vivere dentro la poesia.

*

Note

1Il termine, derivato dal greco μακάριος (beato) indica le maghe-guaritrici dell’antico Salento.

2Il vocabolo significa “terreno, campo”.

3Titolo di un bellissimo canto in griko sul tema dell’emigrazione di Franco Corlianò; significa “mio marito parte, se ne va”.

4In salentino “maestra” (colei che insegnava alle allieve un mestiere).

5In salentino “nel ballo che guarisce, che dà guarigione (dal morso della taranta)”.

6Termine tecnico dei dialetti salentini che indica l’attività, svolta in massima parte dalle donne, di cucire insieme le foglie del tabacco per esporle poi al sole su apposite lettiere a seccare.

7La Passione di Cristo” cantata nei paesi di lingua greca.

8Profonde aperture naturali nel terreno carsico della Terra d’Otranto.

9Il Liceo-Ginnasio Statale “Francesca Capece” di Maglie dove studiò il poeta Salvatore (Totò) Toma.

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a. demos

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TUTTI I SUD DEL MONDO

È vero, tutto il mondo esiste per essere raccontato in un libro. Lo dicono i poeti e gli scrittori, lo pensano in molti. Il mondo è racchiuso in un fascicolo di fogli che anche un bambino può reggere con una mano. La vita, tra le dita di un bambino.

Saro è uno di noi. Ha pupille chiuse a metà da palpebre leggere. Un ombrello, un telo che ci protegge dall’acqua e dal sole. Uomo di terra, di campi, impastato di sabbia e zolle, ha sognato di essere Ulisse. È saltato al di là. Sulla zattera di tronchi che trasporta splendide matrone francesi le cui arti magnifiche cambiano i metodi tradizionali dell’amore. È volato, a bordo di un treno bianco e nero che non conosce stazioni. Là, oltre il confine dove la terra diventa parola.

Ha osato tutto ciò che noi di Macondo non vogliamo neanche pensare. Trasformare la realtà in parola. Anche lui, come José Arcadio, ha immaginato un luogo in cui sorgeva una città. L’immagine si è fatta suono, voce, e la voce si è lasciata corteggiare. Ha passato interminabili giornate nel laboratorio di Melquiades il ciarlatano cercando le meraviglie del mondo. Ha sognato lei: bella, alta, gambe lunghe, capace di correre come il vento, come l’aria che le sfiora i capelli. Bella e insidiosa, zucchero e sale, carezza e ferita. Come questa isola. Come la parola. La schiena abbronzata, la nuca coperta dai nodi dei capelli: l’attesa, la meraviglia.

Ora Saro si è invaghito della parola, l’ha inseguita, perduto dietro a un sogno: ha conosciuto le diavolerie di Melquiades, quelle che ha portato di casa in casa, le sue smanie, gli occhi puntati verso l’ignoto in un giorno di sole sconfinato. Ora anche noi ci siamo innamorati. Nella piazza del paese immersa nella luce dorata di un pomeriggio senza tempo, ci siamo riuniti e abbiamo stabilito che uno di noi avrebbe dovuto prendere una penna e tramutarla in un vascello. È toccato a me. Ho cercato un foglio di carta e ho cominciato a tracciare i segni della rotta. Adesso sono io che invado i sentimenti e gli occhi di Saro, sono io che manipolo il suo destino, l’oggi e il domani confusi con ieri, i secoli passati, gli anni che si incontrano e si abbracciano dentro un istante esile e immenso come la fantasia.

Il mio piano è semplice: trascinare Saro dentro una storia, un racconto, una saga familiare senza inizio né fine. Anzi no. Illudendolo che non ci sarà fine, poi, in un determinato momento, in una pagina come tante, farlo sparire, cancellarlo definitivamente. Senza possibilità di colpi di scena e miracolose riapparizioni. Non lascerò che finisca i suoi giorni chiuso in un laboratorio a fabbricare pesciolini d’oro. No, Saro morirà in modo degno. È ora di scrivere il capitolo finale della vicenda di Saro. Lo devo alla mia gente. Un giorno magari scriveranno una canzone su di me. Diventerò quasi un eroe.

Ah, dimenticavo… Mi chiamo… Saro. Saro Bagheria. Visto che ormai ci siamo presentati posso farvi una confidenza: da quando ho preso in mano questo strano oggetto chiamato penna e ho cominciato a sporcare fogli bianchi, beh, mi è piaciuto, ho provato piacere, non mi vergogno a dirlo, come quando guardavo dalla finestra la carne liscia e abbronzata di Remedios la Bella. Mi sa che non riuscirò a fermarmi. Dopo avere concluso la vicenda di Saro dovrò andare avanti. Scrivendo magari di suo figlio di nome Aureliano, di sua madre Ursula, di suo padre José Arcadio che poi è anche suo figlio, e il figlio di suo figlio. Scrivendo o leggendone la storia.

Prima a Macondo avevamo solo la terra. Ora abbiamo preso a lavorare anche l’aria, a coltivare sogni, per mangiarli, conservando la stessa sete e la stessa fame. Una fame diversa, che ti fa sorridere, che è bello attendere, saziare, e attendere ancora.

Ne sono certo, non riuscirò a smettere. La fine dell’episodio di Saro sarà la nascita di altri uomini e altre donne che si ameranno tra di loro infischiandosene della sofferenza, della certezza della miseria, della limitatezza umana, perfino della morte. Perché ogni storia non ha fine, prosegue per sempre, come il mare di Ulisse, come il cielo e l’acqua di quest’isola sospesa tra storia e leggenda, realtà e sogno. Scriverò e leggerò. In questa controra che durerà per tre o quattro ore, o per altri cento anni. Scriverò di un luogo in cui sorgeva una città sparita in un vortice di sabbia. Sparita e riemersa. Come la solitudine. Come la voglia, la forza, il diritto di combatterla, contrastandola con ogni stilla di energia e di passione. Cercando le chiavi che aprono le porte dei sogni, di una stanza o di una piazza immensa, di un libro che parla di un personaggio di nome Saro, che, seduto di fronte ad un mare color del vino, immaginava di fabbricare pesciolini d’oro, e, forse, li fabbricava davvero.

Ivano Mugnaini

da Terre di Memoria-Cartesensibili

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