Recensione a Paola Febbraro, Stellezze, a cura di Anna Maria Farabbi, LietoColle, 2012

di Maurizio Soldini

C’è bisogno di una pioggia magica a Piazza Maggiore
a Bologna, una cascata di fiammelle. C’è bisogno di
prodigi
a Bologna
hanno bisogno di sentirsi fulminati dalla loro individualità,
dalle stellezze

Da questi versi così prodigiosamente infuocati prende titolo la raccolta postuma di Paola Febbraro, Stellezze, da poco uscita per LietoColle (9 gennaio 2012) e curata da Anna Maria Farabbi. Nel bagno cosmico di luci e di ombre l’essere umano ha un bisogno irrefrenabile di cogliersi nel prodigio e di sentirsi fulminato nella sua individualità e dalla sua stellezza. Ma che cosa sono le stellezze? Che cos’è la stellezza, se non il mistero di bellezza luminosa, di luce cosmica, stellare? se non quel baluginio continuamente intermittente che si annuncia e si sospende in eterno a dare il passo al tempo di un orologio che infinita gli spazi? Le stellezze sono le bellezze di luce nonostante tutto. Nonostante il buio. Nonostante il male e il brutto e il falso. Nonostante la materia. Soprattutto nonostante la morte. Le stellezze sono il buono il bello il vero. Le stellezze sono i tre trascendentali di medievale memoria che aprono all’incanto creaturale. La creatura individuale fulminata dal segno di luce del prodigio della vita. Nella poesia di Paola Febbraro c’è lo scavo della vita perché c’è amore per la vita. Come Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature eleva l’inno di lode al Signore del Creato attraverso la lode di ciascuna creatura qui Paola Febbraro eleva il suo canto di lode alle stellezze per le stellezze e con le stellezze. E se volessimo individuare realmente e metaforicamente queste stellezze? A che penseremmo, in-oltre? Nel leggere Paola Febbraro ci accorgiamo come le stellezze possano essere numerose. Mi viene subito spontaneo dire stellezze le parole, ma quelle parole particolari che sono illuminate dalla bellezza: le parole della poesia. Tout court, la stellezza è poesia. Perché la parola poetica è come una stella che sa fulminarci nella nostra individualità, che sa pioverci addosso per riscaldarci di quel fuoco divino, che una volta entrato dentro non smette più di alimentare quel calore quell’entusiasmo quel sentimento, che fanno sì che ci sentiamo un tutt’uno col cosmo col mondo con le altre creature. Perché in fondo ci riconosciamo nell’humus e nella creta che fanno di noi donne e uomini del genere umano. Caratterizzati come siamo dall’intelligenza è vero, ma soprattutto dalla volontà, da quella libertà che ci catapulta nella spiritualità resa sovrana dal nostro poter scegliere se agire o non agire. E che ci rende capaci. Semplicemente capaci. La capacità è un’apertura che bisogna facilitare. E nell’apertura entrino pure le stellezze. Devono entrare. In ognuno di noi. Perché ne abbiamo bisogno. Per renderci sempre più umani e per cercare di debellare il peggio. Per fare entrare dentro di noi il mare magnum della lucentezza cosmica e per sentirci immersi nella poesia. Come Paola Febbraro, la cui immersione nella poesia la si apprezza non solo nei versi, ma nei frammenti e perfino nella prosa epistolare, che non possiamo non definire prosa poetica, poesia. Immersione nella poesia ma soprattutto immersione ontologica. Immersione nell’essere, nell’essere cosmico, nell’essere personale. Quando dico essere personale, mi riferisco a un essere che è tale in rispondenza a un tu. Questa è una costante di questa poesia della Febbraro: il tu è co-originario all’io e il tu a cui ci riferiamo è sempre di partenza la madre. Madre che è per antonomasia donna e in quanto donna rappresenta quella stellezza che è la donna per ogni essere umano. Paola Febbraro ha caro il concetto di origine. La vita è respiro. Nasciamo con un respiro. Anche la poesia è venuta per lei come un respiro, dopo l’incontro con la poesia di Amelia Rosselli e con la guida del maestro, tra i primi, Elio Pagliarani, maestro nonostante la distanza di due modi di fare e dire la poesia, e quindi Saba, la Dickinson, l’Achmatova, Rilke, Doolittle, San Francesco, Cavalcanti, e quindi tutti gli altri poeti maestri amici uomini donne che sarebbero stati incontrati nel suo percorso esistenziale, come Anna Maria Farabbi, che ha sapientemente curato questa raccolta. E tutti questi maestri, questi poeti, questi uomini queste donne non sono anche loro stellezze? La poesia della Febbraro è una poesia tipicamente personalista. Quando uso questo termine lo uso, mi si perdoni la precisazione, in termini di una filosofia personalista che ha avuto il merito di precisare l’importanza della centralità della persona umana e della sua esistenza in una dimensione ontologica e relazionale fatte salve le dimensioni di una apertura alla trascendenza che custodiscano il mistero della vita. Perché essere morali? Perché essere veri? Perché cercare il bello? Perché così deve essere? Perché sta scritto da qualche parte, in qualche libro? Anche. Ma non solo e non soprattutto. L’educazione morale, l’educazione estetica, l’educazione anche teoretica sono un’educazione sentimentale. Il libro è il nostro essere persona. Quella di Paola Febbraro non è poesia del Libro, dunque, ma poesia del Canto. Non è poesia della ragione, ma è poesia del sentimento. La Febbraro dice che non vuole capire e capirsi come fa la scienza, ma vuole comprendere essere compresa… Agire, vuole agire, com-portarsi: portare se stessa insieme agli altri in un portamento tutto umano in cui ancora ci si sappia emozionare. La nostra fortuna non viene da fuori, ma da dentro. L’esserci è già una fortuna. La fortuna non la si ha da fuori la si porta da dentro. La fortuna e la persona sono una con-catenazione. Come la poesia. La poesia è fuori ma soprattutto è dentro di noi. Sta a noi trovare il punto di contatto e di unione tra fortuna e poesia. Perché fortuna e poesia sono il senso della nostra esistenza:

ed è questo che fanno

nostra fortuna e poesia

lodale per la loro congiunzione.

Fortuna e poesia sono anch’esse stellezze. Come stellezza è l’amicizia, come stellezza è essere donna, essere uomo, etc. Le stellezze, tutte, sono il fuoco che fa bruciare e che rendono alla fine

come tizzone spento
carboncino

perché possa nascere la scrittura, la poesia. La poesia che esce da Paola Febbraro, fattasi carboncino, non è spenta come il tizzone, è essa stessa fuoco, stellezza, che ci bagna di pioggia luminosa incandescente all’ennesima vitalità. Perché la poesia della nostra poetessa, morta a soli 52 anni, quando poteva dare ancora tanto di sé, è piena di vitalità, pur nella consapevolezza di quella fine, che per lei sarebbe giunta assai presto. Paola Febbraro ha una forza d’animo e una forza incarnata nel suo dettato, che la fanno essere consapevole di come la finitudine sia una componente essenziale dell’antropologia dell’uomo, uomo che però può trascendere questa finitudine in un movimento, che si riverbera sulla vita donando anche a posteriori vitalità e senso all’esistenza, nonostante la morte.

In Lampione sul Lungotevere ascoltiamo:

il passato non torna mai com’era prima
il passato può solo ribaciare
ma solo se il presente si riconosce in vita
l’evento è pienezza paniere
fa muovere le dita
.

Come nel nostro caso di esseri umani, che, nonostante la morte, possiamo continuare a essere baciati e ri-baciati dalla parola poetica, che fa sì che ci sia ogni volta che lo vogliamo un evento avveniente che dà pienezza e movimento alla nostra esistenza. In questo caso siamo ri-baciati dalle stellezze di Paola Febbraro, che rappresentano l’espressione poetica di una ricerca ermeneutica e nello stesso tempo mistica fuse in un vero e proprio atto di continuo amore per la vita e per la poesia, che con il suo linguaggio offre la possibilità di prendersi cura della casa dell’essere inteso secondo Heidegger ma ancor più secondo Maria Zambrano, per la quale c’è soprattutto un sentire e un ascoltare piuttosto che un vedere il linguaggio dell’essere. La poiesis di Paola Febbraro, infatti, si fa facendo, mentre è in azione, con un occhio certamente lanciato alla contemplazione, alla teoria, ma sicuramente sentita e agita sulla persona nella persona con la persona tutta come una praxis. Nel prodigio che alimenta la vita e che va oltre.