Pierino Gallo, L’abbecedario di Verlaine, LietoColle, 2012

“Se in queste pagine la poesia dei simbolisti francesi, da Arthur Rimbaud a Stéphane Mallarmé, è una sottoscrittura pervasiva che emerge più o meno chiaramente, i versi sono prima di tutto l’abbecedario di Pierino Gallo, del suo mondo interiore e della sua soggettività, una soggettività che, pur filtrata attraverso le immagini e la “lezione” dei maudits, emerge genuina, appassionata, sincera. Essa rappresenta il vero fil rouge della raccolta; è originaria perché diventa il veicolo di sentimenti “primari” e della loro lotta senza tempo: l’amore, il distacco, la colpa, la tensione verso l’alto, l’immersione nel mondo dei sensi. “

Basterebbero queste parole di Giada Diano, tratte dalla prefazione del libro di poesie di Pierino Gallo edito da LietoColle, L’abbecedario di Verlaine, a farci comprendere il senso e i contenuti della sua poesia e a rendere pressoché inutili ulteriori percorsi di lettura che non potrebbero comunque prescindere da ciò che Giada Diano ha magnificamente sintetizzato nella prefazione.

Tuttavia, qualcosa cercheremo di aggiungerla visto che conosciamo bene Pierino Gallo, conosciamo bene il suo impegno, la sua coerenza sia come studioso di letteratura francese, sia come poeta per il quale il rapporto con la poesia è verifica continua di una fedeltà assoluta al suo sentire, e di un’altrettanta assoluta fedeltà a quei poeti, perlopiù francesi, che hanno esercitato il loro fascino contaminando, positivamente direi, il suo viaggio nella poesia..

Da qui, questa poesia, a pag. 90, mi pare alquanto significativa. Riascoltiamone gli ultime versi:

“T’ insegno il dolore/ Poeta/ e gli storpi/ avventori/ del Sogno.// Le Giuditte formose/ e le donne vogliose/ di Arthur/ o Paul.// Ti insegno il dolore/ lo so/ per sentirti/ nel ventre.”

Dopo la lettura di questi versi m’è tornato alla mente Oscar Milosz, autore lituano, esule a Parigi, all’inizio del secolo scorso. Ad un certo punto nel suo Miguel Mañara, un’opera teatrale in versi, si legge:

“Tu mi dici, Dolore, che sei mia madre. Ma se lo sei veramente devi sapere che inferno geme qui, madre, che inferno geme qui, in questo vecchio cuore. Mi hai disposto in una culla: mi avessi gettato in una bara! La mia vita è vedova, la mia lussuria piange ed io sono padre dello spavento, della follia e della morte.”

“Nel 1939”, scrive, a proposito di Milosz, nel “58 su una prestigiosa rivista parigina, il critico André Blanchet, “nel cimitero di Fontainebleau veniva sepolto uno sconosciuto: uno dei poeti più autentici, più insigni della nostra e d’ogni lingua. Uno dei più esigenti, e uno dei più completamente falliti. Ma fallito come Rimbaud e Verlaine. Come Van Gogh. Perdonateci Milosz! Voi siete di coloro che la Francia ignora fino al loro ultimo respiro, per agghindarsi poi di quei destini, tanto più commoventi quanto più tragicamente misconosciuti; di coloro che la Francia non ode quando son vivi e che dopo non smetterà più di ascoltare».”

Pierino Gallo ha legato la sua passione per la poesia a questi “grandi” falliti nella vita perché già promessi all’immortalità. Questi grandi che avevano il coraggio di guardare oltre. L’abbecedario di Verlaine si nutre dell’aura dell’opera di Paul, di Arthur, Gallo li chiama per nome, cercando quell’intimità necessaria per dare magia alle sue parole.

Paura, dolore, follia, amore, speranza, tutto questo, ed altro ancora troverete in questo libro di poesie di Pierino Gallo. Ma troverete soprattutto pagine che si fanno specchio del suo sentire e del nostro, attraverso il libro della condivisione, che, per dirla con Jabès, “non può essere che il libro di una speranza condivisa di parole, la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine.”

Bonifacio Vincenzi

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