Se si dovesse scegliere una colonna sonora per l’Apocalisse, questa eufonia tormentata potrebbe venire fuori dagli ultimi versi di Cristina Annino. Il suo fragoroso Chanson turca (edizioni Lietocolle), grandina sul nostro millennio verità misere e tragiche divenute mediocre consuetudine, trascurata convivenza quotidiana. La potenza atomica del pensiero concettuale, ha per contrappunto e argine l’ironia, particolarmente lieve, giocosa, cristallina, come è stato rilevato in prefazione da Maurizio Cucchi (“Cristina Annino riesce a darci, anche, un piacere estetico”) e in una intervista rilasciata al poeta e critico Nadia Agustoni (uscita sul blog RaiNews Poesia di Luigia Sorrentino) che per questo libro ha parlato acutamente di “discanto direi tragico (reso a volte in modo sorprendentemente giocoso), di un certo nostro attuale non vivere o vivere male il mondo”. La Annino è poeta (da alcuni anni anche artista visivo) che vanta, tra i riconoscimenti di Govoni, Ungaretti, Betocchi, Luzi, Antonio Porta, Giudici, Pagliarani, una carriera importante e appartata, preferendo ai riflettori la vita tout court: “Esco dall’occhio inquieto del / paesaggio, scendo a ritroso, in / fondo con / dolore di gambero”, per dirla con le parole del suo “buon pastore”.

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Il libro, oltre al catalogo Lietocolle, è disponibile su ibs, bol e libreria universitaria