Se è giusto giudicare un libro dall’impressione che lascia quando lo si è chiuso, allora questo è un libro in qualche modo e paradossalmente energetico.

È certamente il libro di uno che non è rassegnato – e neppure integrato – magari è un apocalittico, ma non di quelli di facciata, quelli che cercano un attimo di notorietà mediatica (Artisti e web), stelle e talenti in parabola discendente (La parabola dei talenti).

Pezzato è sinceramente arrabbiato – e addolorato. Il che in fondo è una buona cosa.

Qui non è in gioco solo la letteratura.

Fa bene Linguaglossa nell’introduzione a porre la questione della poesia contemporanea – un tratteggio su tabula rasa, che deve ripartire necessariamente dall’interrogazione sull’inautenticità. Appunto, non è una questione di stile, di versi. È in questione il vuoto o il pieno della vita.

Il minimo che si può dire di questi versi è che sembrano sinceri. Non è cosa da poco. A che servirebbe una poesia che non fosse davvero lo specchio di una vita vissuta in profondità, senza reticenze, e senza rassegnazione?

La sincerità (onestà) è la causa di quel sentimento energetico. Perché solo la realtà, nonostante tutto, è capace di dare un po’ di vita.

Ovvio che non ci possa fermare a un’espressione di sentimenti del tutto soggettiva. Ma forse, quando si scava un po’, non esistono sentimenti solo soggettivi. Ci si incontra lì, sotto la superficie. O nel vuoto, o nell’imminenza di un’apocalisse che si veste di vacanze e d’estate (Vado in spiaggia a novembre). Ci si incontra sul confine tra sé e il vuoto.

Le poesie di Pezzato – al di là della desolata e arrabbiata constatazione della falsità del mondo, tutto preso da apparenza – falsità alla quale non sfuggono i poeti – pongono la questione del compito. Che fare? Certo, Pezzato non ha idee chiarissime in proposito.

Ma quel ritrarsi, quello scegliere il vuoto (che non è solo subirlo) (Mi cancello dalla mailing-list) quel desiderio di malinconia (Odio l’estate), quell’invocazione di cecità al contrario (Avanguardista), vanno nella direzione di una responsabilità. Responsabilità letteraria e poetica, che è anche umana.

Ci si chiede, a leggere questi versi, quale comunità (poetica, culturale, umana) sia oggi possibile. Se non si sia costretti, oggi, a cercare la comunità, l’incontro, proprio nel ritrarsi, nel decrescere. Lasciando forse che il mondo vada in malora.

Direi che c’è una specie di sano risentimento (se il risentimento può essere sano), un far parte per se stessi, ma non in un privato egoistico, languido e più o meno soddisfatto, e magari compiaciuto della propria alienazione da anima più o meno bella.

Ecco, non c’è compiacimento. Qualità preziosissima.

Allora, come diceva Salinger, mi sembra, viene il desiderio, quando si è finito di leggere, di andare a cercare l’autore per parlargli. Per vedere insieme se c’è un modo per convincere la Bellezza a non voltarci più le spalle (Stato di morte apparente).

Bernardo de Angelis