Thea Curtis

LA COLLEGA TATUATA

Le era stata subito antipatica.

Si parlava casualmente di animali domestici in sala professori – luce velenosa al neon, arredi deprimenti, foto incorniciata di Gronchi scaccolata da generazioni di mosche e ignorata da generazioni di bidelli (il mansionario dei bidelli non contempla la rimozione dei ritratti di presidenti scaduti e/o defunti, il manisonario dei bidelli è scarsamente contemplativo) – e la De Lenchantin, Bianca De Lenchantin, subito a dire che non le piacevano i cani.

“Perché non ti piacciono?”

“Perché… sporcano.”

“Sporchiamo anche noi. Trecento grammi al giorno, stitici esclusi.”

La De Lenchantin non aveva replicato. Raccattata la sua borsa grandi firme, era scivolata via in dignitosa compostezza. Ma era proprio quella compostezza, quell’eleganza di abiti accessori portamento e gesti (facile se si è al di sopra dei centosettanta centimetri e al di sotto dei cinquantacinque chili) a starle sull’anima e a farla deragliare. Oltre, si capisce, all’eufemistico e improprio uso del verbo sporcare riferito ai cani, preceduto per di più da pudibondi puntini mentali di sospensione, e all’impercettibile (impercettibile a tutti, ma non al suo olfatto quasi canino) sentore di lavandino ingorgato che la spruzzata di Jicky non riusciva a nascondere del tutto.

Margherita Oggero