C’è un tono elegiaco nelle poesie di Cristiana Torri che sprofonda oltre la soglia del racconto. E’un tono che rimescola motivi di un antico cantare non facilmente reperibile, ma che ad una attenta lettura fa intravvedere un profumo di essenze raccolte da altre culture, epifanie lontane che si conformano nel nome di mitiche allegorie orientali come Shahrazad o Suleika e poi ritrasferite in contesti vissuti da vicino attraverso intermediari lirici come nella poesia che segue:

Dirottamente ti parlo/ in quel giardino dove tu/ non torni, Suleika./ Ai guadi di un’infanzia lontana/ voglio farto malleveria/ così che tu non possa mai/ dimenticare la nostra luna,/ luna-lunera alta sui picchi/ delle Apuane. Per sempre/ sulla risacca di tanti ieri/ Ecate custodisce le orme/ che lasciasti mane nobiscum/ puella, quia enim vesperavit.

Le poesie di Cristiana Torri procedono per gradi; ci dicono come la vita sia pervasa da una brezza costante che volge alla malinconia appena l’animo si espone ad essa e tuttavia questa è l’unica strada per assaporare il senso della felicità che si percepisce sulla pelle pur sapendo che i beni sono sempre mescolati ai mali. Il dovere, abbracciato al senso strettamente montaliano del termine, porta il poeta a cantare ciò che in rade trasparenze i dèmoni dimenticano o smarriscono: polveri di stelle o luce che l’uomo raccoglie a testimonianza del ruolo sapienziale della vita.

“Forse un mattino andando in un’aria di vetro”/ ci terremo per mano come piccole sorelle e/ con i piedi nudi sulla rena stamperemo forte/ il segno del nostro passare, perché più facilmente/ si ritrovi la strada perigliosa del ritorno./ Di certo il mare canterà per noi parole turchine/ e verdi campane sommerse a stormo a stormo/ ci daranno il segnale della festa. Tu riderai/ quando le spume ti vestiranno di un manto regale/ fino a che il Re dei delfini parlanti apparirà/ bianco e d’argento cavalcando sulle creste del drago./ Allora ci sentiremo come rinate e-liete dell’incontro/ portentoso- poi torneremo indietro, chè questa volta/ sapremo la via: nelle pozze dei nostri passi/ risplendono comete e arcobaleni.

Ecco perché in queste poesie, come dice nella prefazione Giacomo Trinci, a venire addosso è la vita e tutto è presentato come il risultato di un percorso, un drammatico resoconto per flash, immagini, del canto della vita”.

di Aky Vetere