Compitu re vivi blog

22 settembre 2012

Agostino Cornali, QUESTO SPAZIO PUO’ ESSERE NOSTRO, LietoColle 2012

Malgrado tutte le descrizioni di paesaggi che questo libro contiene, Agostino Cornali sembra dichiarare, tra le righe, una sottrazione del paesaggio delineandone i confini entro gli spazi semplici di figure geometriche, come in certe fotografie di Wim Wenders o nelle prose di “Narratori delle pianure” di Gianni Celati. Ma anche attraverso lo spaesamento onirico di alcune sequenze dei films di Andrej Tarkovsky, laddove la sottile angoscia che sottintende la scomparsa di qualcosa, si tinge di bianco e nero, di color seppia, rimanda a immagini che non vogliono essere descritte ma solo avvertite: “i letti impigliati/sul fondo dei navigli”….
Quindi, questi paesaggi, sono anche da intendersi come transumanza tra il dentro e il fuori, geometrie interne di stanze spoglie – “la mia casa è stata venduta/due volte,/e adesso ci vive un ragazzo/che non conosco” – e quartieri che desiderano, infine, il silenzio della dimenticanza, dell’essere stati vivi e forse sbagliati.
Ma, in fondo, niente avrebbe nome e senso per noi senza quel ramo spezzato e caduto nel mezzo di un ruscello che è la poesia. Il poeta si sente addosso la vergogna del disertore per trovare somiglianze e sentire quello spleen che attraversa i secoli e ci fa contare gli anni a ritroso – in fondo questo dovrebbe fare la poesia: – “percorrere a ritroso/l’evoluzione della specie”.
Questi paesaggi, dunque, sono destinati a sprofondare nella melma del sonno millenario portandosi con sè anche l’umana gloria della specie e mostrandoci segni premonitori: gli occhi di “cetaceo,/ o di gambero”, apparsi di notte come fari luminosi sulla statale…”la tigre (…) che accarezziamo a turno ogni sera (…) l’erba nera/che cresce intorno alle fabbriche” finchè non se ne saranno andati via tutti…
Vale, per queste poesie, la dichiarazione evangelica della parusia – ora e qui è il regno – passato l’inverno di un’apocalisse che nulla cancella e tutto trasforma. L’essere è abitato da una spina incarnata che non fa sanguinare la carne ma la fa attendere. L’attesa della fine, allora, non è quella della morte violenta del sangue che fluisce, quanto, piuttosto, della vocazione alla scomparsa, al nascondimento, alla morte per ghiaccio. Così Agostino Cornali ci invita a vedere ciò che prima non vedevamo, offuscati dai colori e dal rumore del tempo:”Forse è questo il respiro della campagne,/la voce sommessa della tua terra”. Ci invita a pronunciare il nome mettendo l’accento sulla sillaba giusta. Un’opera prima che si pone nel solco di una parola capace di ri/nominare il mondo prima che sia troppo tardi.

Sebastiano Aglieco