Recensione di Alessandra Peluso su Il Cantico delle Stagioni, Duemilatredici. Il segreto delle fragole a cura di Marinella Polidori e Agostino Cornali, LietoColle 2012.

Il cantico delle Stagioni nel suonare in versi le sue stagioni anche quest’anno si esibisce in Il segreto dele fragole: una raccolta di versi di autori contemporanei, curata magistralmente da Marinella Polidori e Agostino Cornali.

È un’agenda insolita, i mesi sono scanditi da poesie che suonano come rintocchi di campane versi forti, acuti che rimbombano nell’animo come la voce di Eco a Narciso. Non si lasciano inascoltati, come non si può lasciare inascoltato il grido di dolore di tante donne che soffrono perse nel loro Io frantumato da una bellezza corporea imposta dai mass-media, dalla società globalizzata odierna che mira a raggiungere a tutti i costi la perfezione e da una bellezza interiore che resta lì, inerme, sola, ogni tanto ha il coraggio di lanciare un grido di dolore.

Sono poesie meravigliose, un’esplosione di emozioni penetranti, non si corre il rischio di diventare bulimici o anoressici con la poesia: amarla è una vocazione, conoscerla è un diritto, così come lo è vivere.

La vita che per i poeti del Il segreto delle fragole è fondamentale, non si spreca, rincorrendo futili miti del bello, manie che diventano ossessioni legate ad «Una pellicola di crema sopra il viso, / un film di gel intorno al collo, / uno strato d’erba sul pube, / una fascina di paglia fra le gambe, / una mano di fango lungo il busto: / bellezza, mummia e foce / del desiderio, accoglici». (Valerio Magrelli Fitness, Le fragole di Gennaio). «Così viviamo / le ossa cave / una luna asciutta sulla porta / una sedia al centro della stanza, vuota / celando in fondo al cuore / la tregua come ostaggio e una tiepida agonia (…)». (Tiziana Monari, Circe dalla bocca morbida) Il vuoto di una vita persa nella propria solitudine cercando di cogliere l’amore, acceccato da paielletes, assaporato e già disperso dal «vento che spazza i sogni dalla porta».

In Il segreto delle fragole ci sono gemiti, urla di dolore, sofferenze in corpi torturati da diete dimagranti per raggiungere una bellezza da esibire, e poi ritrovarsi nel dolore che vorrebbe lenire la paura del’orrore, l’angoscia dell’oblio, e accettare senza battere ciglio la superficilità dell’apparire che si confonde con un essere fragile, effimero quanto una dieta.

Il flusso della vita è in tutti – afferma Pirandello – ma per tutti può rappresentare talvolta una tortura, rispetto all’anima che si fonde, il nostro corpo fissato per sempre in fattezze immutabili. (Luigi Pirandello, L’umorismo, parte II, cap. V – Le fragole di febbraio) E poi ci chiediamo guardandoci allo specchio: chi sono io? Chi è quel corpo che gli altri vedono, ma che io non riconosco?

La donna si guarda ma non ascolta il proprio corpo, non lo riconosce: «Ora ne sono certa: / in me convive un’altra Me. / Questa Realtà non mi vuole, / questa pelle non mi appartiene. / Simulacro d’Ego, specchio di percezioni, / le mie molecole si sbriciolano / (…). Greve disagio del non-vivere, lirica di silenzi frantumati (…) / Come vorrei essere un’Altra, / come vorrei essere Altrove». (Domenico Logozzo Mentat, Torpore d’io, Le fragole di febbraio).

La corporeità femminile rimane impigliata in un contesto di razionalità strumentale e funzionale da un lato e logico-simbolica dall’altro, appare incastonata in una falsa vita nel palcoscenico della vita globale. Viviamo infatti in una società consumistica, in una cultura dell’immagine dove l’importante non è essere, ma apparire. E si assiste ad una triste e deprimente realtà, come nella poesia di Bianca Madeccia dove c’è una donna, un corpo, una bambina, la solitudine e la sofferenza che le lega in una vuota condizione esistenziale: «La bambina affammata ogni sera, dopo aver rinchiuso le / luci nell’armadio, divora un pasto di ansia e solitudine / mentre il cibo divora lei e ogni suo residuo pensiero di / vivere. (…) Questa storia è un vaso ermeticamente chiuso, / un sistema concluso non conosce non saprà mai cosa / possa voler dire divorare insaziabilmente la strada». (Bianca Madeccia, Le fragole di Aprile).

Il segreto delle fragole. Il vuoto nutrimento nell’era bulimica narra in versi unici, che non lasciano indefferente alcun lettore – non deve – non può il lettore lasciare inascoltate queste nenie che a volte sono sinfonie discordanti, che straripano, fuoriescono ininterrottamente come lava da un vulcano. È difficile contenere poesie di così enorme portata: l’esistenza stessa è incontenibile così come il dolore rinchiuso in corpi disanimati. Così si legge: «Narciso nell’era digitale / non si specchia più / nello Stige d’acqua pura / affacciato alla tavoletta del wc / osserva l’acquitrino / della sua digestione / incompleta (…)». (Roberto Rustico, Narciso, Le fragole di Giugno)

Fanno vibrare le corde dell’anima i versi: «Come sera sfatta divento cenere / sotto dita profumate d’apparenza, / io clessidra plasmata e capovlta / per gioco. / E mi compongo e ricompongo / in granelli di una sabbia / dai bagliori minerali / attraverso crune di vetro soffiato / e d’aghi. (…) Eppure non amo terra né pareti / per me voglio il mare del cielo / e il cielo del mare / purchè infiniti». (Deborah Mega, Battito d’essenza, Fragole di Luglio).

Ogni poesia è come una fragola colta in un campo sterminato da gustare, assaporare, carpirne il profumo: alcune sono acri al palato, altre dolci, altre succose. È necessario maneggiarle con cura ed imprimere nella mente ogni sapore; cosicchè il lettore non dimentichi l’effimerà realtà che lo sovrasta attualmente, la banalità, la sofferenza, il dolore, la solitudine perchè possa essere in grado di reagire e divenire consapevole: non come quel bimbo che si specchia e non si riconosce perdendosi nel’immagine dell’altro (la mamma) (J. Lacan, Lo stadio dello specchio); ma un uomo/donna che siano consapevoli di una vita che va vissuta in un’esistenza che non duri il tempo di una fragola, e che invece sia imperitura e metta radici nell’essenza del proprio essere.

Pertanto, con il mese di dicembre si conclude questa incantevole sagra poetica di Marinella Polidori e Agostino Cornali, ricordando la celebre Antonia Pozzi ed i suoi versi idilliaci tratti da Il canto della mia nudità: «Guardami: sono nuda. Dall’inquieto Languore della mia capigliatura Alla tensione snella del mio piede, io sono tutta una magrezza acerba inguainata in un color avorio. Si direbbe che il sangue non vi scorra. (…) Oggi m’ìnarco nuda, nel nitore del bagno bianco e m’inarcherò nuda, sola, stesa, supina sotto troppa terra, starò, quando la morte avrà chiamato».

Per un 2013 di riflessione e cambiamento grazie anche al valore inestimabile della poesia e al suo potere di infondere emozioni.