Dalla pagina culturale a cura di Simone Gambacorta

Quest’ultima raccolta di Marcello Marciani ci riconcilia con la poesia. La poesia che ha corpo e anima, sostanza e pensiero,carne e sangue. In una parola,poesia vitale, così lontana dal dilettantismo, che svaluta persino i sentimenti e le buone intenzioni di chi li espone (e non solo per mancanza di talento, anche di scarse letture, bisogna dirlo). Il prodigio di Marciani sta nell’indurci a credere che tutto sia poesia nel mondo, ovunque ci si giri. Ovunque si posi l’occhio, l’orecchio o il più schizzinoso pensiero che spesso deve fare i conti con la ragione. Il titolo, “La corona dei mesi” (LietoColle, 2012, pp. 50, 13 euro), è già di per sé un’indicazione.

E’il cartello al bivio con la freccia ad indicare la destinazione, ovvero il “dove” del tempo presente in cui si “svolge” la vita ed per questo che la sua è anche poesia civile. Quella che faceva scrivere a Bertolt Brecht: «In me combattono/l’entusiasmo per il melo in fiore /e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino/ ma solo il secondo/mi spinge al tavolo di lavoro». «Per “corona”», c’informa Francesco P. Memmo nella bella prefazione, «si intende una serie di componimenti […] (un sonetto di dedica, dodici per i mesi, uno di congedo)». Quindi, se ci si muove lungo una “corona”, ciò significa che il senso è circolare, come lo è un anno solare: da gennaio a dicembre. Ai mesi si annettono le riflessioni. Sull’Aquila ad aprile, scrive il poeta, «crudele non è il mese ma l’inerzia di chi non prevede/lo sghignazzo di chi specula», soffermandosi su quanto è accaduto nel capoluogo abruzzese a causa del terremoto.

Settembre è un «giocoliere che spaccia aria per storia/un berluscante che acconcia visti falsi»; ed ancora a novembre «cantano sventolando ai tetti i loro incerti futuri/implorano ascolto e diritti da un parlamento di muli». Diabolico acchiappa-menti, Marcello Marciani. Sussurratore di magie affidate alla parola in questo tempo e tempio stracolmo di mercati organizzati in teppe e Shylock del nord-est padano a svendere tutto e ad ubriacarsi d’acqua di Po che di sacro ha solo le piene per la vita e la morte che dà. Ma è consapevole Marciani di portarci a queste dolorose riflessioni? E’ consapevole che la sua “fonte” poetica è rigenerativa del concetto di bellezza, di purezza, di verità, di lealtà, di onestà divenuti fantasmi divorati da una muta di cani rabbiosi? E’ consapevole della denuncia che fa di questo teatro d’Arlecchini servi di molti padroni con in capo a tutti l’idiozia nelle vesti di Biancaneve?

Ebbene, sì. Marciani ne è consapevole, poiché in ogni poesia c’è un indizio. Forse più che un traccia di denuncia civile. La sua corte regale di parole, quasi al limite dello sberleffo, sono frustate linguistiche che farebbero sanguinare la carne viva di quegli idioti se leggessero le sue parole. Parole che ti pigliano al petto e, come fulmini, inceneriscono (sempre gli idioti, ovvio). Perché ce n’è in giro una banda «nell’aria greve e untuosa di un’era che inzacchera petali e spine». Diario di un anno, dunque? Sembrerebbe di sì. O diario pubblico di qualcosa che si ripete o rischia di ripetersi? Il tempo, certo, è ciclico. Ma il resto? Il dubbio è terribile. Giacché se il resto è ripetizione, le osservazioni dell’Autore non lasciano scampo a pessimistiche considerazioni. I poeti, è noto, colgono il più che non si vede. Allora, che dire, c’è da stare attenti ai ritorni, alle sforbiciate della storia, alle riapparizioni del “demiurgo impomatato” insieme con tutte le sue marionette?

Alfredo Fiorani

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