«Malgré toutes ces réflexions et toutes ces plaintes, nous ne pourrons jamais secouer le joug de la rime; elle est essentielle à la poësie française. Notre language ne comporte que peu d’inversions: nos vers ne souffrent point d’enjambement, du moins cette liberté est très rare: nos syllables ne peuvent produire une harmonie sensible par leur mesures longues ou brèves: nos césures et un certain nombre de pieds ne suffiraient pas pour distinguer la prose avec la versification; la rime est donc nècessaire aux vers français. De plus, tant de grands maîtres qui ont fait des vers rimés, tels que les Corneilles, les Racines, les Despréaux, ont tellement accoutumé nos oreilles à cette harmonie, que nous n’en pourrions pas supporter d’autres; et je le répète encore, quiconque voudrait se délivrer d’un fardeau qu’a porté le grande Corneille, serait regardé avec raison, non pas comme un genie hardi qui s’ouvre une route nouvelle, mais comme un homme très-faible qui ne peut marcher dans l’ancienne carriére».

Questo passo di François-Marie Arouet (1694-1778), tratto dal suo Discours sur la tragédie à Mylord Bolingbroke è risuonato con insistenza e a lungo nella mia mente. Qualche capoverso prima Voltaire aveva parlato dell’esclavage de la rime nella poesia francese rispetto all’heureuse liberté del verso inglese quasi rammaricandosi che un poeta d’oltremanica potesse dire tout ce qu’il veut mentre un francese ne dit que ce qu’il peut. Eppure, nonostante questa libertà limita, chi dovesse abbandonare la strada maestra dei versi rimati non verrebbe considerato come un audace genio precursore che apre inimmaginati orizzonti ma piuttosto, avec raison, come un pavido omuncolo talmente sciocco e debole che, dopo aver perso lungo il cammino il carico più prezioso della propria eredità, non riuscirebbe più nemmeno a camminare…

di Paolo Ottaviani

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Treccia della parola nella Poesia


Più bella incatenata da libertà eloquente

sta incisa la parola nel ritmo della mente:

non può vagare alata né far la capriola

ma sarà lei a guidarti con sempre nuove arti

per tortuose vie tra dubbi, salti, errori

finché giunge un mattino dischiuso sui bagliori

di sogni e fantasie notturne: cristallino

tra ardue rime ora il verso splende come un disperso

bucaneve viola

nel vergine bianco

di umile parola

che era già al tuo fianco.

Quanti assennati Orlandi vanno in cerca d’Angelica

tra boschi e praterie! Dalla bolla babelica

che i padri venerandi, tra nausee e allegrie,

ignora, il verso brado s’alza sul più alto grado!

Ma io amo quella voce che ingenua uno spartito

tenacemente insegue col brivido infinito

di mai veder la foce. Qui non ci sono tregue:

la parola t’assilla. Poi, incastonata, brilla

di un più impetuoso

fuoco e, con sorpresa,

rende il generoso

dono dell’impresa!


paolo ottaviani