Palafitte, di Anna Bergna, LietoColle 2012

di Alessandra Peluso

L’originalità del poetare di Anna Bergna si nota immediatamente nei primi versi «incontro un profumo di fiori gialli, / ma è inverno, indugio nelle mani del cielo / cariche di questo incanto»(p. 16) e nel comporre il dipinto Palafitte in due differenti cornici quali La terra, il cielo ed il cognome e Sfamavo avannotti in Engadina.

Il genio poetico è insito nei versi di Anna Bergna. Si lascia ispirare dalla natura, dalla bellezza della città di Como, dai suoi paesaggi: le montagne, il lago, i pesci, l’airone: «Un airone stava sul legno ad ali chiuse, statua dal collo / cipressino, sazia di vanagloria» (p. 39) e gli stati d’animo emergono su «Palafitte che non sanno dove tenere i piedi quando la magnitudine si innalza» (p. 59).

La magnitudine dell’autrice è chiara come «quel ramo del lago di Como, che volge a Mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli» (Alessandro Manzoni). E si legge e si ascolta la musicalità e la bellezza nelle lunghe descrizioni dei versi: «Sul porfido disabitato del mattino, trascinavano pagine e / nervature decalcificate; nuotavano mute a infrangersi contro il destino grigio di una diga. / Eppure i cigni arcuando il bel collo beccavano il pane, i / gabbiani scoccavano frecce di luce, i bambini correvano su / impossibili scale, le polacche affiancavano anziani dispersi / dietro al bronzo di Mafalda». (p. 23). La quotidianità è raccontata nelle poesie di Anna Bergna con particolare cura e predilezione nel catturare immagini come il diaframma di una macchina fotografica per fermarle e ricordarle in eterno.

Si legge: «Notte: le luci della funicolare ormeggiano la città alla boa / lunare. / Il Gabbiano ha già lasciato il porto, nel suo ventre trasparente / teste reclinate stanno a pelo d’acqua. (…). La luna talvolta si specchia e talvolta annegando ritrova le ossa». (p. 31). E ancora: «all’alba, / dietro le quinte viola, / si distendono schiene innevate / e tu contro le onde arranchi, / risalendo deserti pontili (…)». (p. 32). Il lettore non può non rimanerne ammirato e attratto dai versi dell’opera poetica Palafitte.

Inoltre, è evidente l’amore per la libertà. Un’esigenza quasi che si manifesta nella presenza libera e leggiadra dei gabbiani. Questi uccelli dolcissimi che ricorrono spesso nelle poesie di Bergna. L’autrice ama la libertà, vogliosa di superare i confini segnati dalle montagne – la libertà, la leggerezza – in contraddizione con la finitezza del lago o l’imponenza che costringe alla finitudine delle montagne e appare desiderosa di volare via, come un gabbiano, libera contro ogni ristrettezza del pensiero umano, libera da ogni giudizio e pregiudizio.

Come Umberto Saba, l’autrice adopera le parole dell’uso quotidiano e i temi, nei quali ritrae gli aspetti della vita quotidiana, anche i più umili e dimessi: luoghi, persone come il pescatore, paesaggi, animali, anzichè Trieste – la città di Saba – troviamo Como con le sue strade, le montagne. Non a caso la raccolta poetica Palafitte contiene una poesia di Umberto Saba. Lo stile di Anna Bergna però non è semplice, come quello del poeta, ma ricercato, complesso a tratti, indice di una personalità forte, sensibile, introversa.

Così si legge: «Tutto è gradazione di vuoto, / edificato nel luogo di uno spostamento. / Onda che sale, si appiana, / sale, si appiana / e correndo si illude / di aver lasciato il mare. / Brividi coscienziosi dell’inanimato». (p. 68). E i versi nei quali identifica non solo se stessa nella bellezza della sera, rassicurante e tenebrosa nello stesso tempo, ma vede anche gli altri, nella generosità di condividere la sua gioia, l’unicità, l’individualità con gli altri, con l’“ognuno”: « (…). Tra tutti i nuotatori della sera, / l’universo guardava me ed io lo fissavo dritta, dimentica di / tutto, ubriaca di grandezza. Folate ininterrotte di riverberi / (…). Ora mi commuove sapere che la sera regala ad ognuno una / strada ugualmente dorata, ad ognuno la stessa maestosa / illusione d’essere Custode del Segreto». E questo segreto che non si dipana nemmeno nell’ultima poesia, al contrario la generosità: «Generoso, e più in alto, dentro le radiazioni azzurre di luce / rinfranta, e ancora più in alto, nel nero intergalattico, rivedrei / tutti i ricordi nostri e segreti e unici. / Ma tu non sei mortale, non nella mia esistenza, ed io posso / piegare il collo sui tuoi passi». (p. 76).

L’autrice si congeda con questi versi mistici, leopardiani, e un segreto che trascina con sé e che tenta di condividere con i lettori amanti e amati, il segreto per un amore perduto, per l’abbandono di una persona cara, per la sofferenza e l’amore per la sua terra che desidera condividere generosamente con ognuno di noi.