“La poesia di Maria Grazia Palazzo contiene in sé il silenzio, l’attesa, il viaggio di Orfeo”. Questa la chiosa della profonda e preziosa esegesi curata dal Professor Mario Castellana – docente di Epistemologia all’Università del Salento – al libro di poesie di Maria Grazia Palazzo, “Azimuth” (dall’arabo “direzione, via”) edito da LietoColle di Michelangelo Camelliti.
L’esordio letterario della Palazzo – avvocato nella vita, laureanda in scienze religiose e impegnata in varia attività culturale e perciò innatamente portata a pensare parole e azioni – si colloca in un momento storico in cui, più che mai, la tendenza all’introspettività diventa bisogno di ricerca della verità per l’esistenza. Il primo tributo del libro – non a caso – è l’esergo di Simone Weil, scienziata, pensatrice e scrittrice ebraico-francese, secondo cui “il bisogno di verità è il più sacro di tutti”. E questo bisogno supremo si estrinseca nei bellissimi versi di Azimuth, su tutti quelli di “Pavana”, in cui la poetessa “Ferma il disordine del dolore/la precisione delle parole/e cerco il coraggio/una cosmogonia vitale/le voci dell’infanzia/sorgive intermittenze scorrono/in pioggia di sole”, in cui esterno e interno, passato e presente, si fondono senza soluzione di continuità.

La poesia di Maria Grazia è nuova, è un “viaggio verticale”, come suggeriscono le parole del Professor Walter Vergallo nella prefazione; è una poesia che si scrolla velleità e pirotecnie linguistiche per mirare al messaggio che segna l’Azimuth, appunto la direzione. Infatti, “Il linguaggio propone un diffuso registro mediano, con punte di medio alto e di medio basso, in relazione al tasso fisico o metafisico delle tematiche, che lo strato fonologico specularizza e talvolta esalta, soprattutto negli esiti del fonosimbolismo” (Vergallo).

In definitiva, come si apprende dalla preziosa nota finale del poeta e critico Michelangelo Zizzi, “questo vi è di verità in Azimuth: ricerca lessicale; ambizione, riuscita, alla trasformazione di sé attraverso la poesia; desiderio di sacro fondato sull’amore (così come accade nelle più alte e colte tradizioni della mistica cristiana, del sufismo e della cabala); affermazione potente di una femminilità non culturale ma biologica e, sia detto senza esitazioni, ontologica”… Continua a leggere qui

Claudio Santovito, da Corrieredellepuglie.com