Le mele di Cézanne e la parola poetica di Antonella Palermo

Di Pierangela Rossi, pubblicata su Avvenire, 15 novembre

Di Antonella Palermo sappiamo che, seppur voce originale e limpida, sospesa come in un desiderato ritorno all’ordine e al reale ma sempre con la conquista del Novecento, il verso libero, è stata messa nella linea che va da Cardarelli a Penna, a Caproni e che la sua poesia (Rondoni nell’affettuosa prefazione) richiama i frutti di Cézanne. Sappiamo anche che è nata a Campobasso nel 1973 e si è trasferita a Roma per gli studi in comunicazione, dove lavora come giornalista e conduttrice radio, nonché per testi teatrali e progetti culturali sul mondo dell’infanzia. Ma, dal libro d’esordio Le stesse parole, si spalanca un’interiorità dolorosa votata al mondo, come in certi personaggi – paesaggio della letteratura, costretti a guardare da lontano le cose vicine, o viceversa, come un idiomatico sguardo. In alcune parti, è esplicita poesia religiosa (<<Sono guardata dall’amore, ammutolito e fiero. / E’ come tornare in pancia a Dio, ove è solo il gorgoglio del tempo / che si fa persona, ove è solo grazia. / Sono pronta a nascere>>.). Oppure (l’ultima raccolta) <<Nel deserto intuiva di restare dove dal nulla il cibo viene // Intuiva, e mentre ascoltava un cantare nuovo, il secco si mangiava / quel miraggio: “Schiena dritta, che bisogna vivere”, le dicevano / alcune donne. Fra poco è Natale>>. L’ultima: a cui rispondere la prima (<<Natale>>): <<Sediamo Paura, anche stavolta // Il presepe è finito, il pescatore rientrato. // Ti servo la cena, libero la musica. E’ Natale>>. Peculiare, non scontato, è che, nella poesia di Antonella Palermo, ritornino i titoli per ogni singolo componimento, quasi a risparmiare al lettore la fatica di una pre-comprensione: da amicizia a case, da cemento a fatica, da giacca blu a invidia, da isole a pietra, da lite a lana, da mappe a marmo, da merletto a neve, da Provenza a campagna, da sangue a santi, da sapore a sole, da terremoto a spilla, da voci a tango. In un’intervista a Radio Vaticana, la poetessa ha detto che <<per sottrazione>>: <<Tant’è che alla fine – io stessa – constato che il verso è molto essenziale>>. Lavora a una scrittura che passa dagli oggetti della quotidianità, anche quella <<più banale, più sottovalutata, fatta di piatti che si lavano, di panni stesi al sole, di ascolto delle campane che suonano>>. E poi, quello che capita ai poeti, di solito, e cioè che, come un dono inatteso, <<la poesia arriva anche quando e dove meno te la aspetti>>. Infine, c’è <<una ferialità luminosa>> (Rondoni) in questi essenziali fatti per <<resistere>> al mondo inadatto intorno, seppure tanto amato.