Ho cercato per anni una poeta che facesse l’operaia, dopo aver conosciuto l’opera di poeti come Di Ruscio, Brugnaro, Franzin, e non riuscivo a trovarla. L’ho incontrata una sera dell’estate 2012, a Tarcento (Udine), in un incontro-omaggio al poeta friulano Pierluigi Cappello.

Nadia Agustoni, di origine lombarda, ha vissuto a lungo a Firenze dove, nel 1994, ha esordito con “Grammatica tempo” per le edizioni Gazebo, raccolta preceduta da un’affettuosa e beneaugurante lettera di Mariella Bettarini.

Già questo libro d’esordio, diviso in due parti, Autobiografia plurale e Grammatica tempo, è un libro di meditazioni, di intime e profonde interrogazioni, alla ricerca del senso di sé, un sorgivo distinguere, in sé, della presenza di un io a specchio (nel taccuino mio ogni plurale è io?) come capacità empatica di comprendere l’altro, frattura che nei libri successivi si aprirà a inglobare e comprendere la natura e le cose (si vedano i magnifici haiku del suo “Il libro degli haiku bianchi”, Gazebo verde, 2007).

In “Grammatica tempo” (1994) c’è la ricerca di una disciplina dell’esistere, che ne sappia esplorare i territori e la sintassi nascosta, mentre modulare, aperto, interrogativo il sentimento del tempo sembra coincidere con la dissimetria, lo scarto, l’attrito di lingua. Ma già in queste prime poesie, la poeta ci dice, con Simone Weil, che il dolore non è danno perché racchiude singulto di forze, mentre il sentimento della gratitudine può coabitare col grumoso, spigolato sputo della realtà.

Secca, essenziale, per liriche brevi, quasi lampi, questa grammatica interroga lo spazio e il tempo (altrove, mio presente) con la forza di sinestesie perduranti, onnicomprensive, incalzando la parola perché acquisti la forza che le è propria, quella intatta lingua che assottiglia/ dilata gli spazi, che riassume/ declina al singolare disastrosi perché, affinché divenga forma altra di conoscenza e stupore.

Credo che in questa prima raccolta, più che nelle altre, venga raccolto da Agustoni l’amoroso testimone di Mariella Bettarini, il suo interrogare la lingua per nominare la realtà, problematizzando e rifiutando ogni certezza acquisita.

In questi testi Agustoni perimetra grammatiche interiori ancora non pacificate, i vocaboli che usa sferzano, induriscono il pianto: dileggia, storpiatura, incostanza, interdizione, scacco, memoria di deserto, solco, fatica, affanno, il reale stride con una lingua che incide, fa attrito, si prende il compito di mostrare le crepe e non l’omogeneità, le ferite e non la superficie intatta delle cose.

Nel libro successivo, “Miss Bues e altre poesie” (1995), è ancora una modularità, un ritmo musicale quello che incide la sintassi dei versi, ma questa volta per far risuonare la gioia, la pienezza, se pure per uno spazio brevissimo, concluso, perché della gioia è proprio il lampo, l’illuminazione improvvisa, e nel buio il ricordo di uno squarcio di luce.

L’elemento acqua e la musica pervadono queste liriche brevissime, che invitano (ascolta la musica miss!) a godere il piacere della pelle e dell’incontro (epidermide, linfe, ghianda, salino, sostrato).

“Icara o dell’aria” (2000), “Poesia di corpi e di parole” (2003), “Quaderno di San Francisco” (2004) precedono “Dettato sulla geometria degli spazi”, del 2006, dove il tema geometrico viene ripreso e ampliato nei suoi aspetti ossimorici di voce e silenzi, presenza e assenza, guadagno e scarti, incontri e perdite, esperienze e visioni. In Note sulla poesia e sullo scriverla, troviamo una folgorante dichiarazione di poetica:

La poesia è il modo migliore di farcela.
È il modo migliore di fare cose o di non farle
infondendovi ironia

di chiamare carne “la carne”,
spirito “lo spirito”,
ma tutto minuscolo.

Non è una raccomandazione
e meno di tutto
un archivio personale di lutti e perdite.

Non è che un minimocomundenominatore
ma di cosa non lo so.
La leggerezza è il testo a fronte.

Lo spartiacque della sua poesia inizia qui, con l’ironia come invocazione alla leggerezza, fuga dalla solennità e apertura allo stupore…continua a leggere il contributo di Loredana Magazzeni su Poesia 2.0