Tra le cinque e le sei è la prima racconta di versi della trentaquattrenne Catia Manna, marchigiana, trapiantata in Piemonte, laureata in Lettere Classiche.

Il libro è diviso in due sezioni: “Le Cinque”, composta di 26 testi, e “Le Sei”, composta di 20 testi.

Tutti i testi sono titolati. Sono testi per lo più brevi (anche di soli 8 versi, fino a una trentina), talvolta suddivisi in strofe. Non sono rinvenibili strutture metriche “classiche”, prediligendo l’autrice misure brevi (anche ternari, quasi mai superando la misura delle dieci sillabe). Frequente (ma mai secondo schemi fissi) l’uso della rima (ad esempio, in Se nemmeno nella neve: «Se nemmeno nella neve / sprofondo / se non mi libera il bianco / e mi incatena il fondo», p. 32). Totalmente assente, secondo uso ermetico, l’uso della punteggiatura, liberamente scegliendo l’autrice l’uso delle maiuscole. Scrive la Manna: «Le poesie hanno sicuramente un ritmo e sono musicali. Il verso isola anche parole o immagini». Se dovessi isolare una figura retorica prediletta, direi l’anafora, come nella poesia di congedo, dove la parola «tradimento» è ripetuta ben 4 volte.

Per dichiarazione della stessa Manna, contenuta nella scarna “Prefazione” che apre il libro, la poesia nasce da e deve suscitare emozioni, soprattutto “sfondando” i limiti di una vita «stretta». Poesia diventa, dunque, il risarcimento per «ciò di cui siamo stati privati».

Cosa significa il titolo del libro? Nella poesia proemiale è scritto:

A volte digiuno

Tra le cinque e le sei

Quando andavo incontro alla mia croce

Nell’orto della tua resurrezione

I versi, con gli spinti riferimenti scritturali (la «mia croce», la «tua resurrezione») non hanno potuto non evocarmi, per slittamento semantico, «l’ora sesta» di cui parlano i Vangeli a proposito del Cristo (ci sono altri riferimenti preziosi, penso a L’ultima cena, p. 22). Malgrado la formazione “classica” dell’autrice (che non lascia tracce evidenti, tranne due eccezioni, vedi infra), l’ascendente “cristiano” sembra irradiarsi prepotentemente nei testi. In ogni caso, in questi versi troviamo almeno due elementi centrali del libro: il riferimento al tempo, che intrama quasi tutti i versi, e il “tu” (mai definito) cui sono rivolte quasi tutte le poesie.

La poesia di Catia, dunque, è un serrato confronto con il tempo, erede (non necessariamente “consapevole”) di tutta la complessa storia della relazione tra essere, esser-ci e tempo:

Non ho più tempo

Ché l’ho donato in anticipo

Non avevo il tempo

per non desiderare di più

(Imperfetti, p. 23)

In un colloquio l’autrice mi ha rivelato, su mia sollecitazione, che tra i suoi auctores collocherebbe Pier Paolo Pasolini, per «il potere evocativo della parola, la tensione a dire sempre la verità, su ogni aspetto che riguardasse il suo essere o la società che lo circondava». A dire il vero, leggendo la poesia di Catia trovo ben poco di Pasolini. Altri mi sembrano gli ascendenti di una poesia tutta “femminile”, soprattutto per il tessuto metaforico che la percorre, in cui mi pare decisiva la presenza del “liquido”, dell’acquoreo…

Baciare le passioni

e bagnare la vita nei fiumi

Pescare il tempo

[…]

Pescheremo il tempo

Sentiremo correre i fiumi

(I sotterranei, p. 33)

Il mondo, nella sua prosaicità, scompare, per lasciare posto ad una sua riscrittura semionirica, in cui l’io filtra continuamente i dati sensoriali, rielaborandoli, “poeticizzandoli”. Mi scrive Catia, infatti: «La mia è una poesia di immagini che considero belle». E, dunque, non c’è nessuna parola che possa ricondurre al “brutto” del mondo, nella sua concreta realtà. Insomma, siamo nella linea fondante la poesia italiana, quella che da Petrarca arriva all’ermetismo fiorentino, e, a partire dagli anno Settanta/Ottanta, torna nel filone “orfico”.

C’è un aggettivo che può definire questa poesia? Io credo che potrebbe essere “trascendente”… L’io che parla, pur mettendo in conto una “discesa” (ancora la metafora del mare, che sommerge), è continuamente proteso verso l’alto e verso l’Altro, il “tu”, dagli incerti contorni:

trattengo il fiato

e mi colmo d’aria

Sei tu

Che mi cerchi tra teste

e mi trovi in una mano

Sei tu che cerco

(Scegli, p. 43)

Secondo l’antichissima interpretazione allegorica del Cantico dei Cantici, nulla vieta che la quête riguardi l’amato e l’Amato.

Nella seconda parte del libro, troviamo due testi (in non casuale quasi sequenza), in cui i riferimenti scritturali sembrano cedere il passo alla “memoria profonda” dell’autrice, formatasi negli studi classici. Dioniso viene evocato per dar conto di un paradossale momento “estatico”

al dio ero arrivata

ma, al risveglio

fuori da me

sono tornata

(Dioniso, p. 47)

Normalmente l’estasi è “uscita da sé”. Invece, l’io sperimenta un’estasi che conduce al più intimo sé, di cui Dioniso può essere emblema. Un io che, ri-velandosi, scopre «turbanti intimità», «oscurità che so / a estranei chiarori».

Ne L’incanto, invece, troviamo un Prometeo “dimidiato”, che ruba l’incanto «per accendere fuochi» (L’incanto, p. 50).

Mi pare di poter dire che anche nell’uso del mito, ci sia una forte venatura “femminile”. Non il mito ieratico, non il mito tragico, ma un mito “intimistico”.

Scrive l’autrice: «Nelle mie poesie scrivo quello che per me è giusto fare, essere e dire. Quello che anche io sbaglio sicuramente. La strada giusta da trovare per me sapendo che sbaglierò di nuovo». Ci consegna, dunque, l’idea di una poesia che aspira a farsi gnomica. In realtà, (e in questa totale scollatura fra poetica e poesia io vedo la potenziale ricchezza dell’autrice) quasi mai i versi appaiono una “mappa” del reale o della esistenza concreta di chi li scrive. Mi paiono più, quei versi, dei sassolini lasciati alle proprie spalle lungo un sentiero sconosciuto, che rendano sperabile un viaggio di ritorno. Versi “smarriti” di chi continua la sua ricerca.

di Nicola Sguera