Recensione di Alessandra Peluso su Azimuth, di Maria Grazia Palazzo, LietoColle 2012.

Maria Grazia Palazzo confina l’esistenza, la sua, nella quale a fatica ha trovato l’Azimuth: il punto centrale, l’equilibrio della vita all’interno dell’essere.

Sembra però che – prima di raggiungere la fine di un conflitto perseverante tra essere ed esistenza – ci sia stato un lungo cammino di sofferenza, di introspezione leggendo i versi, traboccanti di vita colta, vissuta, sprecata, fuggita. «Non riusciamo a dire che l’anima annuncia / profezie di bellezza / nel silenzio di battito d’ali». (p. 21). All’interno di una vita c’è l’amore, la passione forte, selvaggia, coinvolgente: «L’amore degli amanti rifiuta le finte / anestesie / ma cerca il bacio felice feroce / l’avorio luccicante dello stupore / il grido primordiale». (p. 22).

E tuttavia c’è il tempo che traspare a volte incombente in Azimuth che «segna l’ora di ragioni emotive / un tocco dentro / un respiro tramortito dice sì / ennesimo impatto tra infinito e già vissuto» e tra la necessità di cogliere il tempo e accoglierlo nel proprio animo perchè non diventi crudele, un male da sublimare, ma sia una categoria di tempo necessario per scandire l’esistenza e carpire «alba o tramonto (…) come un suono che invoca / un’armonia diffusa che eroda / la corte spaziosa d’anima» (p. 26). Gli opposti sono cercati e sofferti perchè si possa giungere ad una serenità d’animo. Così in questa poesia l’autrice trova un «frenetico abisso che martella dentro (…)» pur cercando «una frenesia d’essere oltre» (p. 26). C’è continuamente questa voglia di perdersi, prendersi, darsi, possedere che esplodono derivanti da uno spirito dionisiaco e apollineo, da una res cogitans e una res extensa. È la vita che trasborda dai primi versi sino a quelli provvisoriamente conclusivi, quella raccontata da Maria Grazia Palazzo con bravura e una chiara capacità espositiva, sofferta forse perchè ci tiene che sia comunicata e compresa dal lettore nel modo opportuno.

L’autrice appare come un poeta veggente: un artista solitario, abile a scavare nell’interiorità umana e nel mistero dell’ignoto; capace di decifrare sensazioni e illuminare l’oscuro, l’abisso che è in ognuno di noi. Parimenti ad un poeta del “Decadentismo” contemporaneo, come in un certo senso potrebbero leggersi i versi della poesia di Gabriele D’Annunzio, dove infatti ne compaiono alcuni in cui l’io si dissolve, si forma, si colora, si dà un suono lasciandosi suggestionare dall’istinto; in altri, invece, la realtà splende in una luce che illumina la vita. Si evince dai versi di Maria Grazia Palazzo che la ricerca impellente dell’equilibrio, dell’azimuth è stata raggiunta e scoperta nell’armonia dell’essere oltre l’esistenza, come una farfalla che si libra nell’aria desiderosa di volare alto.

Così si legge: «Sulle pareti d’anima scorrono / segni ferite disegnano ombre / sui muri di calce gatti / cercano polvere d’oro. / Rampicanti e uccelli invisibili / rompono le fila di esistenze ordinarie / le dita fino alle unghie dirozzano / sigilli musicali della notte onnisciente». (p. 47). E ancora: «Nel risveglio / meandri che la mente libera / in singulti di cielo a tratti impalpabili risale dal fondo / inaccessibili orizzonti (…). Insoliti amanti di sogni gemelli / il tempo consumava in noi l’eterno vello d’oro / (…)». (p. 48).

In Azimuth di Maria Grazia Palazzo ricorre anche il mare, emblema di un naufragio/approdo all’esistenza ritrovata: «Il mare ammaina una vela / dentro una clessidra d’acqua di porto / gualcisce antico un sole meridiano / a ridosso di cordone ombelicale che il tempo soppesa / fino al crepitare d’assenza (…)» (p. 44) e «Il mare ci parla / di mondi evoluti / sommersi riemersi». (p. 46). Svela con versi colmi di senso e significato un legame forte, indissolubile, alle volte soffocante come può essere quello materno rappresentato dal “cordone ombelicale” che la tiene imprigionata in un’esistenza all’interno di un limen in opposizione ad un essere, infinito, in una libertà assoluta, preferisce lasciarsi cullare da radici profonde e restare ancorata all’amore di una madre, nel proprio confine, nella propria casa, che all’autrice può apparire il suo azimuth ritrovato, uno spazio smisurato nell’eternità del tempo.

Pertanto – l’essere nell’intera silloge – sembra inteso come in Aristotele in un tutto che accoglie sia la realtà intellegibile, sia quella sensibile in tutti i loro aspetti, anche quello trascendentale, divino.

L’essere ha molteciplici significati, ed è questa realtà che anche Simon Weil considera, riflettendo sul conflitto perenne come la sola scelta che si pone all’uomo: legare o meno il proprio amore alle cose di quaggiù. «Sono convinta – afferma – che l’infelicità per un verso e la gioia per l’altro verso, la gioia come adesione totale e pura alla bellezza perfetta, implicano entrambe la perdita dell’esistenza personale e sono quindi le due sole chiavi con cui si possa entrare nel paese puro, nel paese respirabile, nel paese del reale». (S. Weil, Scritti storici e politici).

Ecco, tutto questo si respira nell’esordio di Maria Grazia Palazzo, garantendo una nitida esposizione di sentimenti e sensazioni che ama condividere con i lettori e, perchè no, anche «nella solitudine di un campo di papaveri». (p. 49).

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