da un intervento ad una tavola rotonda sull’esperienza mistica

Ho imparato il sangue sui corpi degli altri, corpi osceni che partecipavano alla “rap­presentazione” della passione di Gesù, delle sue ferite, corpi che si mischiavano con l’odore della carne dell’agnello, in montagna, l’odore della cucina della carne dell’agnello – dico – quella del grasso bianco sciolto o risorto quando la Pasqua segna anche una sorta di cambio di tinta. Se è vero che sono lo stesso territorio che ero da bambina posso ancora dire che il disgelo iniziava con l’apparire del sangue. Apriva una primavera che non aveva nulla del pastello vegetale. Della calma lunga della lin­fa. Veniva violento. Violante. Tingeva. Veniva dai corpi degli altri. Li faceva squillare. I corpi, non le persone. Io non saprei dire se quei corpi erano, nella mia conoscenza di allora, degli uomini. Che il sangue è uomo, è stata una scoperta successiva. Il sangue era animale, il rosso – voglio dire. Era già in corsa, come le bestie, come il loro pericolo.

E che l’immagine di dio e dell’uomo fossero in rapporto di somiglianza significava che entrambi erano animali.

Dio si sacrificava all’uomo e l’uomo si sacrificava a dio continuamente con la produ­zione dell’animale sangue, della sua segreta e complicissima ferocia. Comunicavano così. Si comprendevano passando dalla vita alla morte, senza sviluppo, tramite feri­te attraverso le quali mi si chiedeva, mentre osservavo “quelle” scene, l’ispirazione di partecipare al dolore massimo della comunione.

Non era difficile.

Era evidente che fosse così.

Tra la parola di dio e il sangue dell’uomo c’era una congiunzione connaturata. Ma per stare vicini avevano bisogno di sporcarsi. Di apparire. Di fuoriuscire. Di essere spudorati in senso ultimo, in senso impossibile.

La natura del sangue è la natura della follia.

La follia non è un’idea. La follia sregola l’agire, lo sprigiona, in senso letterale. La libertà dell’uomo e la libertà di Dio si incontravano in questo fatto. Si macchiavano, si provavano a vicenda, si regolavano, si sprigionavano, rifondavano i criteri segreti di un’aderenza. Io credevo a quello che vedevo. Il sangue era un’apparizione reale, una provocazione concreta. Il sangue era un fatto ed io non potevo non credere a quello che vedevo. Il mio sapere è stato un sapere per Toccamento. Per consistenza (quei corpi desideravano una salvezza che fosse consistente come quello che offri­vano). Materia. Prendibilità. Conseguenza. Il sangue era un eccesso che richiamava la morte profondamente – fino a poterla toccare –

E che l’immagine di dio e dell’uomo fossero in rapporto di somiglianza significava che entrambi erano nella morte.

Ma prima di essere nella morte la somiglianza era una lotta per la vicinanza, per la comparizione dal di dentro. Dalle loro vene quei corpi speravano una partecipa­zione. Dalle loro vene e non dalle loro invocazioni. Dalle loro vene, dalle loro ferite verso un dentro estremo, e non dalle preghiere. La verità di quei corpi, di quello che avevano di più intimo in loro, il colore della specie oltre il quale a nulla servono le rassicurazioni, tutta la lotta disperata per la ricerca di una protezione allarmante fino all’estrema gravità, per richiedere un intervento formidabile una volta per tut­te, era un macello.

Chi sa questa cosa, sa che tutto il resto non è abbastanza avanti.

Il resto non era abbastanza avanti. Alludeva, suggeriva, bisbigliava. Il resto delle piccole pratiche del mondo contro il dolore e l’ansia, era una cosa che restava a lato, un’enorme perdita di tempo e di perdono che spesso si nobilitava “sperando in”, attendendo. Senza violenza. Senza crudeltà necessaria. Fuori dalla cosa viva. Fuori dall’animale. Fuori da quello che poteva morire. Fuori dal potere.

Il sangue mi dice che c’è un eccesso che mi fa accedere alla morte. La prova della morte è il sangue, non come simbolo o espediente mitico, ma come fatto. Questo fatto io lo so, non è cultura. Questo fatto è interno a quella forma di sapere che è il mio corpo, quella forma di sapere che non può essere smentita. Non è la vita che verrà o il campo della mia perfettibilità. Senza sangue io non vivo. Muoio.

Che dimensione sostiene il sangue?

Perché l’elemento corporeo per eccellenza è il tramite tra fisica e metafisica?

Il sangue regge il morire.

L’anima non sa promettersi alla morte. L’anima si inganna, è ambigua, ha una aspi­razione che non può completare. La mia episteme è il mio sangue, la tua episteme è il tuo sangue. Per questo gode di un potere indiscusso come se attorno ad esso si stabilisse che cosa è vero veramente. L’orma di Dio non sono le conseguenze, i miracoli o le sue parole. Quella cosa che in modo disperato, come se fossimo noi l’ultimo giorno del mondo, chiamiamo Amore. L’orma di Dio è il sangue. Niente di più umano in senso finito. Il popolo è terrorizzato e salvato dal grado – o dal grido – di vita del sangue.

Il sacrificio questa cosa la sa. Le morali atee questa cosa non la sanno e conoscono la rinuncia. Tra la rinuncia e il sacrificio, c’è una differenza come tra le lotte e la mor­te. Nelle rinunce, nel tener testa alle tentazioni io imparo a conoscere me stesso, mi provo, faccio palestra dei miei limiti e impiego la mia lotta col vuoto. Il sacrificio non disvela questo territorio.

La mia storia di bambina testimone mi ha insegnato che le tentazioni del mondo non sono ispirate.

E che gli uomini pagano con le rinunce la loro mancanza di visione.

Tra la rinuncia e il sacrificio c’è una differenza, non di ordine morale, ma di ordine materiale, “tattile”. Le prove non sono ispirate, non sono separate dal mondo da una domanda più alta, non sono così fatte profonde al mondo da una domanda che riguarda una natura più radicale. Le prove del mondo sono delle gestioni del carat­tere, il proprio spirito di rinuncia per uno scopo. Sono marketing del risultato della propria indipendenza. Il sangue è un luogo ispirato perché da esso dipende la mia vita sul serio, la mia vita fino in fondo. Il sangue è talmente ispirato, è talmente cen­trato nella sua natura imprescindibile, talmente inalienabile che può contravvenire ad ogni sua apparenza.

Il sangue è un eccesso che abbatte la morte profondamente.

è ovvio che non è vero.

Ma questa ovvietà, nell’ordine della visione, lascia il passo non alla conoscenza, ma all’Apocalisse. Questa cosa vale anche nella poesia. La poesia è l’Apocalisse. Ha i sigilli. Ha sempre in bocca una richiesta di vicinanza disarmante. Vieni Signore Gesù. Per questo riconosciamo una estrema dolcezza all’ovvietà, a questo estremo limite dell’ovvietà, a questa verità raggiungibile con la violenza del poco, questa cosa reale e piccola muore in quel che è. Nella piccola verità in cui dentro e fuori coincidono. Su questa ovvietà, su questa cipria, sul velo che è questa ovvietà, la vi­sione si china e squarcia. Il ferro poetico, questa spranga impala e ferisce. La visione percuote la pelle delle cose. Brucia. Abrade.

Chiedetelo al corpo delle Sante.

Chiedetelo al corpo a cosa è costretto per essere il luogo di una comparizione.

Chiedete cosa scalano. Per il loro sapere, per questa cosa che le riduce, che non le abbellisce di niente se non del Vicino, hanno solo parole di desiderio. Di contatto. Ma il desiderio è un movimento verso la Perdita. Per questo i segni della vicinan­za sono sempre segni dolorosi: stigmate, ferite, lesioni di magrezze. Vieni Signore Gesù.La vicinanza è annientante. Rilke diceva che Vicino è solo dentro. Il sangue colma la distanza, allaga, bonifica i territori sterili dell’ovvietà.È il luogo della ve­rità, dove essa mette in gioco i desideri ultimi, mortali. La conoscenza a cui ci fa accedere è accecante e cade nel discredito se sottoposta alla dogana della ragione.

Il sangue squilla come la follia, che per essere utile deve poter circolare in una si­stema di bonifica della conoscenza. La follia è il grande smacchiatore dell’umanità. Per questo anche il sangue è usato per lustrare i peccati commessi nel sistema di un codice che lo escluderebbe. Nella storia sacra i peccati sono lavati col sangue che nella storia semplicemente umana rappresenta la grande macchia che attesta una catastrofe. Dio, come i cani, segna anche le porte col sangue dei sacrifici perché i legami di appartenenza emergano organicamente.

Questo elemento sommo di infe­zioni, questo sommo sporcatore, questo sommo portatore anche di colpe è il grande smacchiatore e sbandieratore divino. L’immagine dell’importanza del perdono su tutto è, infondo, un uomo grondante e ferito. Un agnello umano. L’uomo pieno di aperture ultime. Le donne questa cosa la sanno. Dove c’è un’apertura così, si deve entrare. Perché le donne sanguinano da sempre. Quando il sangue smette vuol dire che interviene un’attesa. La resurrezione, infondo, è un parto dal Rosso al Bianco. Un cambio di tinta.

Ora io non credo nel valore metafisico delle cose ho detto. Ma quando dico “io” non dico tutto.