Esordio epocale, ma non banale, l’esistenzialismo in poesia. È incentrato sul sé, sull’essere finito che è l’uomo, sull’esistenza in crisi come possibilità di un esserci, gettato nel mondo, disorientato, incapace di decidere, di essere. Questa immensa mole dell’esistenza in crisi si dipana nell’intera silloge di Silvia Rosa, Di sole voci.

Bellissima, curata, dettagliata così tanto da stupire questa donna che alterna il suo essere tra la vita e la morte, una morte che ricorre spesso nei versi di Silvia Rosa come possibilità di riscatto, come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. (M. Heidegger).

Muore come un fiore: «seccando petali di carne / chinando lieve lo stelo di vertebre / bianco-candide / c’è una bellezza tutta da scoprire / in questo corpo / che germoglia incubi e passione». (p. 19). Incombono come giganti aitanti chiasmi, anafore, allitterazioni che rendono i versi traboccanti di forza che pulsa nelle vene dell’autrice che si dibatte tra sogno e incubo, tra tra bellezza di un fiore e lo sfiorire del suo corpo che “china il capo come lo stelo di vertebre”. Così si leggono i versi: «l’eco di un dolore / che mi corrode lenta / e mi sgretola parole / ha il timbro delicato / della mia voce rannicchiata / che all’improvviso sbuca / dal passato, spaventata / … / è come un urlo trattenuto dalla pelle / … ». (p. 23). Si sente quest’urlo, il lettore lo avverte come un eco, un richiamo di aiuto, di attenzione verso una vita che sta scivolando via.

Mentre ad un tratto si riprende perchè è in questo meraviglioso caos di emozioni che si ritrova il filo dell’esistenza, l’ordine perfetto del cadenzare delle stagioni tra estate, inverno, autunno: « … tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo, / piuttosto luce rasoterra ovunque il sole / … / filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire». (p. 59). Parola dopo parola, verso che richiama verso, insieme si inseguono, prendono, catturano, si intrecciano, si abbandonano, si ripudiano in un vorticoso e intricato labirinto così come appare la vita a Silvia Rosa.

Sembra identificarsi in Teseo che dibattendosi col Minotauro ricerca disperatamente il filo della sua vita o forse di una morte che attende la rinascita come la crisalide di meravigliosa e variopinta farfalla.

Si leggono i versi: «Ho sognato di essere un cigno / con le piume di latte composte / in un nero putrido stagno / pietrificato / senza volo, senza occhi / il becco nel buio legato / e gridavo e gridavo / … / fino a quando una Signora con la veste di neve / la lettera Morta nel polso / mi ha accarezzato, mostrando / pietrificato / eterno, il (mio) volto». (p. 60). C’è questa straordinaria voglia di esserci al mondo, di esistere che si scontra spesso con la voglia di non esserci, di essere morte, per vivere in eterno per non rischiare di tradirsi, di essere tradita da se stessa, dalla vita.

Di sole voci di Silvia Rosa è la voglia orgasmica di una nuova vita che non sia di dolore, di sofferenza, che non sia di abbandono che non sia forse neanche più lei ammesso che si sappia quale voce o identità si è. Eh sì, è una raccolta di versi a più voci, rappresenta più volti, più maschere, diverse identità: come mi vedo allo specchio non so, chi sono, chi voglio essere. Ritorna incombente la crisi dell’esistenza, la linfa che scorre che fa sentire vivi, il cuore che pulsa, e vorresti essere nel mondo, ma poi incombe la paura paralizzante della morte, di non accettarsi e sentirsi semplicemente un fiore in un deserto.

Sono versi da sorseggiare lentamente, centellinare per assaporarne tutto il piacere fino in fondo nella profondità dell’esistenza, il lettore non deve temere il buio, l’oscurità, le tenebre ma può lasciarsi cullare dalle profondissime poesie di Silvia Rosa, adagiarsi sul verso, riflettere, senza cercare risposte o certezze, consapevole che la vita se pur generosa non può darne.

«Non c’è niente / che sia mio in questa stanza / nemmeno io / mi scompaio e poi mi cerco altrove / lontano dalla carne dalla morte / dal mio nome».

È una nuova voce quella che emette l’autrice e produce versi che scorrono nei meandri più reconditi dell’Io, dai toni acuti e gravi, soavi, dimessi impongono un ascolto attento per non lasciarsi sfuggire alcuna sfumatura di suono in un babilonico spazio-tempo, senza fine.

di Alessandra Peluso