di Antonio Devicienti su Cartesensibili

Con gioia dichiaro innanzitutto un debito di riconoscenza e di gratitudine nei confronti di Anna Maria Farabbi e di Donato Di Poce per aver destato in me una forte curiosità nei confronti della poesia di Tomaso Kemeny e del poema La Transilvania Liberata in particolare, dal momento che il 14 luglio di quest’anno proprio su Cartesensibili è stato postato il link all’ebook di Donato Di Poce Il grado zero della cultura migrante e nella sua presentazione Anna Maria Farabbi, sottolineando il grande valore sia del libro in sé che delle personalità ivi accolte, scriveva:” Il fuoco centrale su cui ruota l’opera è, senz’altro, la lunga e articolata intervista rivolta a Tomaso Kemeny, nota e coltissima personalità letteraria che merita approfondimento e diffusione ulteriore”.

Conoscevo già la figura del poeta, ma non avevo mai avuto modo di focalizzarla e di avvicinarmi ad essa come invece effettivamente merita. Ho potuto così colmare una grave ignoranza da parte mia e contemporaneamente scoprire una poesia di eccezionale originalità e coraggio.
Mi provo allora a dare una lettura (ovviamente opinabile e del tutto soggettiva) del poema cui Tomaso Kemeny ha lavorato per molti anni e che reca il significativo sottotitolo di “poema epiconirico”. La mia tesi di fondo è che quest’opera poetica si sviluppi su almeno due piani paralleli: quello storico e biografico, per cui la Transilvania è la regione oggi appartenente alla Romania, ma magiara per secoli sia linguisticamente che culturalmente;

e quello simbolico, per cui la Transilvania è la regione della bellezza e della poesia occupata e minacciata dall’impero del brutto, con ricadute anche nel campo dell’etica e della politica. Nell’odierno panorama poetico italiano, spesso schiacciato in un soggettivismo soffocante espresso con un linguaggio o involuto oppure mimante il parlato, la posizione di Tomaso Kemeny è coraggiosa e dichiaratamente in controtendenza: egli cerca il canto, sceglie temi alti ed ardui, fa chiaro riferimento a modelli stilistici e letterari (ma non solo, perché anche etici) quali Tasso, Keats, Byron, Breton e i grandi magiari: Petőfi e Ady innanzitutto. Quella di Kemeny è infatti una storia personale e poetica singolare ed arricchente per la poesia italiana, essendo egli giunto in Italia nel 1948, appena decenne esule dall’Ungheria ed essendo il Nostro perfettamente bilingue (se non trilingue, dal momento che insegna inglese all’Università di Pavia ed è traduttore da quella lingua).

Nella letteratura italiana entrano così umori e suggestioni non solo provenienti da un’altra cultura e lingua, ma da un mondo non-indoeuropeo, anche se profondamente interconnesso con la storia e la tradizione europea in particolare. La Transilvania liberata è infatti l’immersione in un cosmo d’immagini e di simboli spesso inediti per la nostra cultura greco-latina e mediterranea, mescolati a rimandi al mondo mitologico germanico e a quello culturale sia italiano che di lingua inglese. A ciò si aggiunga il senso di mancanza e di privazione avvertito dal poeta che, come già detto, dovette ancora bambino allontanarsi dall’Ungheria. Probabilmente è questo uno dei motivi che lo spinge a rappresentare se stesso come Vajk (la trasformazione del poeta in Vajk avviene nel Canto quarto), il combattente per la causa magiara e, insieme, il combattente per i valori della libertà e della bellezza.

Questi motivi s’intrecciano continuamente e si sovrappongono, perché per Kemeny la poesia è strumento di lotta contro quello ch’egli definisce impero del brutto, forze capaci nel contempo di annullare la libertà e la giustizia. Tomaso Kemeny è uno dei fondatori del movimento mitomodernista ed anche colui che ha elaborato le nove tesi sulla bellezza che hanno fatto nascere, tra l’altro, un pregevole, interessante dibattito con Giorgio Linguaglossa, ponendosi come riflessione sul rapporto tra fare artistico e potere, tra società neo- e postcapitalista e poesia. La Transilvania Liberata, dal titolo che così fortemente richiama Tasso (interessante la presenza o riscoperta del Tasso nell’ultimo secolo, da Fortini in poi), si dispiega attraverso un prologo, undici canti, un epilogo e un’appendice tramati in un linguaggio degno della migliore tradizione italiana,

affascinante per sonorità e scelta lessicale, antitetico ad ogni opzione in favore di un registro basso o parlato, mimetico del quotidiano o sommesso. Si tratta, credo, del tentativo di riproporre lo stile epico tenendo ben ferma la consapevolezza di venire molto dopo Omero e Tasso e di vivere in condizioni storico-sociali radicalmente mutate, ma senza rinunciare (carme dei Sepolcri e Le Grazie foscoliane a sostegno del tentativo) al canto a voce spiegata e su temi che riguardano un’intera nazione. D’altronde il canto d’ispirazione epica ha caratterizzato di recente le letterature di molti popoli impegnati nella lotta di liberazione e credo di non esagerare se mi vien fatto di pensare che Kemeny ritenga lotta di liberazione anche la sua battaglia contro l’impero del brutto…leggi qui l’intero contributo