Discorso pletorico preliminare allografo

“Non il tenero/né il raffinato;/non il sentimentale/non la misura/ma solo il crudo/macabro olezzo sconvolgente/delle carcasse del pensiero./Questo è ciò che scrivo./Agl’altri sia dato pure/il compito/di limare i petali delle rose […]”.

Senza dubbio alcuno nella poesia “La morte del Romanticismo”, da cui la citazione è tratta, si trova una forte componente programmatica che annienta ogni possibile fraintendimento: l’autore con limpido vigore afferma il suo campo d’azione e la propria visione della realtà conoscibile, lasciando agli altri soltanto un minuzioso quanto vano compito, quello di fingere di vivere. È in questa dimensione che va ricercata una chiave di lettura, attorno alla quale si agita l’intero componimento, l’amore viscerale e spasmodico, non per la propria esistenza ma per la vita nella sua polisemica interezza. Comprensibilmente il disincanto ed il realismo si manifestano solo in seguito alla brillante esposizione delle manifestazioni dell’essere, inserito in contesti sempre diversi, quali la natura, l’altro e sé. Proprio nel quarto capitolo, “Le clessidre infrante”, ci si imbatte nel profondo distacco dalle illusioni, manifestate nei capitoli precedenti, risultato di un lungo e travagliato peregrinare tra le buie intercapedini della mente, dalle quali esonda, con tutta la violenza e la facondia propria dell’autore, l’impossibilità ad auto ingannarsi ed a viver, ingenuamente, con bonaria insipienza, alla maniera della creatura evocata in queste pagine: lo “stupido splendente”. Questa figura dimostra con tutta la sua carica espressiva la necessità di uscire fuori di sé, per perseguire l’unico compito a cui l’uomo è chiamato, vivere. Come nella “Signorina Felicita” di Gozzano dove viene affermata la volontà di non voler più esser sé stessi, non più sofisti o gelidi esteti, ma di vivere, appunto… di Nicolay V. Porrelli


VISITE MEDICHE

In quella settimana feci due incidenti stradali

I

Mi misero un camice bianco

infiocchettato fino al collo

prima di farmi stendere

sul lettino meccanico

come un salma smorta

con un maledettissimo pulsante

antipanico nella mano sinistra.

Accesero l’interruttore

e strisciai come una bara

in una camera ardente

dentro quell’esofago d’acciai

bianco-neri e grigi;

poi la macchina prese vita

fragorosamente

ed iniziò a emettere i ferrei richiami

della sua digestione;

– il dottore mi aveva intimato

di star fermo

e, bolo devoto, fu quello che feci:

rimasi impietrito:

non mi interessavo di niente

se non di quella misteriosissima

foca bianca surrealista

di appena pochi centimetri

che a un palmo di mano

dal mio naso

faceva strane peripezie

come se galleggiasse senza gravità…

mi scappò una risata

da pazzo, lo ammetto,

ma resomi conto dell’ambiente

malsano in cui mi trovavo

quando il dottore incuriosito

mi chiese chiarimenti

mi guardai bene dal non tacere.

II

Altre volte invece

su consiglio dello psichiatra

mio padre mi accompagnava

in un altro reparto

dal medico delle mollette.

Entravo e mi sedevo

sulla sedia vicino al lettino

di fronte al marchingegno

dietro al quale sedeva il dottore

che, dopo avermi salutato fraternamente,

si avvicinava ed incominciava

a cospargermi il cranio

e le tempie rasate

con una gelatina fresca fresca.

Poi mi attaccava

decine e decine di ventose colorate

collegate tramite dei fili

alla macchina che aveva di fronte

mentre scrutandola scambiava occhiate

preoccupate con mio padre.

«Hai sonno Dario?»

«No», non avevo sonno.

Attendeva altri 30 secondi:

«Hai sonno Dario?»

«No.»

«Hai dormito stanotte?»

«Nono.»

«Quanti giorni sono

che non dormi Dario?»

«Due settimane, credo.»

«E non hai sonno?»

«No.»

Mi guardò perplesso e disse:

«Il tuo cervello

ha un’attività cerebrale

più bassa di quella

di una persona che sta dormendo.»


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