A governarlo, questo La vita addosso di Cristiana Torri, è una necessità elegiaca, il bisogno di ripensare la propria vita, in un certo senso di riviverla addirittura: come una historia sui, una vicissitudine esemplare per forza di scrittura, attraverso il filo avvolgente di un racconto, grazie al quale situazioni, figure e pensieri del passato, si trasfigurano e riacquistano consistenza. “Ombre lamentose”, le chiama l’autrice, quasi virgiliane umbrae luce carentum, fantasmi in attesa di luce, di consolazione,che, per dirla con Leopardi, si “rimembrano”, acquistano progressivamente forza rivitalizzate dalla poesia, dalla fede in una parola incantatrice capace di dar ordine a quello che Roland Barthes chiama il “guazzabuglio del linguaggio”.

Questo sembra voler dire tra incipit e Congedo, luoghi depositari istituzionalmente del segreto emotivo e formale di ogni testo e qui più che mai deputati ad assolvere questo compito preparando e riannodando fili, tematici e stilistici, all’insegna di un’idea di vita, da un “nascere” che alla fine diventa orgogliosamente “rinascere” (“Quando rinascerò / sarò un olivo pieno di tane”), superando ogni tentazione di scomparsa e di fuga, vincendo l’angoscia, in un gioco che non ha niente di patetico, di proustiano, senza cioè l’ansia della ricerca del tempo perduto per dargli un ordine discorsivo. Un teatrino del ricordo (attenzione al suo valore etimologico, legato a cor, “cuore”!), insomma,dove i tempi si sovrappongono (imperfetto-presente-futuro), tra fascinazione (imperfetto), anamnesi (presente), metamorfica disponibilità (futuro). È per questo che il canto (il “canto della vita”) si svolge sotto forma di un percorso a tratti accidentato di scrittura, sotto forma di drammatico resoconto per flash, immagini, come nota Giacomo Trinci nell’introduzione.Intermittenze del cuore, insomma, che non si inscrivono all’insegna di un diario, peggio ancora di un romanzo di una vita, ma danno piuttosto il senso di un dramma in cui l’autrice chiama in presenza le sue personae, “per le bianche / notti” della sua “stanchezza”.

Questo perché è ben cosciente,l’autrice, che il passatonon ritorna, non si restaura nella sua integralità esistenziale. Emozionale, sì. A narrarla e scriverla, in forza del canto, la vitanei suoi aspetti frammentari, gloriosi o sanguinanti che siano, si mostra come in una “magica sfera / di cristallo” in una sorta di filo continuo dove tutto è presente e il futuro è il fantasma di un desiderio senza corpo: convivono, indissolubilmente si congiungono, i frammenti, per slanciarsi ardimentosamente verso nuove imprevedibili metamorfosi, senza paura dell’”Angelo d’ombra”, oltre l’angoscia dei giorni (quella che si scrive sul viso sotto forma di lacrime).

Sta tutto scritto in un testo, Come Shahrazad, posto nella terza sezione, La fuggitiva, indubbiamente essenziale per capire la dinamica sotterranea, l’imperativo categorico, che attraversa tutta questa “avventura” (“io ti devo / raccontare”, dice e non puoi non soffermarti su quell’enjambement che sporge l’io sull’abisso del verso). Vi sta scritta l’ostinata fedein una luce capace di riscattare dall’insignificante e del nulla: “Forse un mattino andando in un’aria di vetro”/ ci terremo per mano come piccole sorelle e/ con i piedi nudi sulla rena stamperemo forte/ il segno del nostro passare, perché più facilmente/ si ritrovi la strada perigliosa del ritorno./ Di certo il mare canterà per noi parole turchine/ e verdi campane sommerse a stormo a stormo/ ci daranno il segnale della festa. Tu riderai/ quando le spume ti vestiranno di un manto regale/ fino a che il Re dei delfini parlanti apparirà/ bianco e d’argento cavalcando sulle creste del drago./ Allora ci sentiremo come rinate e-liete dell’incontro/ portentoso- poi torneremo indietro, ché questa volta/ sapremo la via: nelle pozze dei nostri passi/ risplendono comete e arcobaleni”. È una luce zenitale, un orizzonte che non fa paura: “comete e arcobaleni”, la fede insomma nella vita segna la strada.

Vincenzo Guarracino