Recensione di Alessandra Peluso

Leggere “Amare, null’altro” di Lucia Pinto apre uno scenario vastissimo, sorprendente e disarmante che riguarda l’amore o meglio l’amare.

È una forza travolgente che trascina il lettore in modo compulsivo, accattivante, ha uno stile per nulla semplice, la cui scrittura in versi sta ad indicare la complessità dell’amore.

È difficile amare se pur meraviglioso, non si può controllarlo arriva come un imprevisto, “non chiede mai permesso per entrare” come non si può controllare un fenomeno sismico: trema incessantemente smuovendo le zolle, togliendoti ad un tratto la terra dai piedi e tu? Non ne sei travolto anzi sei lì al di sopra di tutto e di tutti, in un mondo onirico disarmante, surreale meravigliosamente amabile.

È questo che prevale nella silloge di Lucia Pinto, questo sentimento intenso, intriso di passione raccontato magistralmente in versi sensibili come si legge: « (…) / Che d’abbeverarti ho sete / d’ogni intervallo di scure / e vigore / che mette al mondo / per inclinata obliquità. / Primigenio svelare / virgultosingulto / fatti albero». (p. 15). È un amore che cresce, maturando – da germoglio ad albero – può risultare ingombrante, poco comprensivo “Smania d’insonnia amabile” ma incantevole.

Nell’incanto del tormento si muovono i versi che scorrono lentamente come gocce d’acqua piovana finiranno col raggiungere la profondità dell’animo del lettore: «Bevo ovunque / ti formi. / (…) / Nel mio cuore / tremante / ed infantile / affacciato / sugli abissi / dell’intelletto». (p. 20). Sono versi vissuti, sofferti, condivisi con un amore trovato, sono versi che scandiscono come una sinfonia la durata di questo amore che seguono un andamento lento e verso dopo verso veloce, impellente, incalzante, indomabile assume i colori di una smania.

Leggendo “Amare, null’altro” di Lucia Pinto si avverte imperante la smania, questo stato di insofferenza psico-fisica incontrollabile che non comporta nervosismo, ma bramosia, desiderio penetrante ingombrante che vorrebbe venir fuori, non puoi controllarlo nè limitarlo dentro il tuo piccolo guscio che cerca di proteggerlo dalle calunnie esterne. Non recita l’amore e così come è, si manifesta chiaramente alla luce del sole, questa smania una volta conosciuta diventa “amabile” così come lo sono le poesie di Lucia Pinto: amabili e brillanti come i cristalli. «L’imbrunire è superbo / s’arrocca nei cristalli. / Amo selvaggiamente le rose / la sera». ( p. 28). E ancora si legge: «Mentre balbetto alla luna / di stregare uno spiffero di notte / E raccogliermi sotto un’unghia di cielo. / Soltanto per cigolarti / un pò più in fondo / facile / come una primula al risveglio». (p. 34).

È chiaro che cantare l’amore non è per nulla semplice, è intimo, individuale se pur onnicomprensivo e totalizzante, riguarda ogni essere vivente; ma occorre parlarne con cura, non banalizzarlo, rischio che non pare sfiorare Lucia Pinto che con i suoi versi scrive d’amore in un modo singolare e talmente incisivo da instillarne perchè crescano come un giovane virgulto in ogni lettore. La letteratura trabocca di versi d’amore, com’è noto infatti, appartiene all’uomo se pur alle volte si vuole evitarlo, o per difendersi lo si soffoca. E invece in “Amare, null’altro” è un inno ad amare in tutte le sue sfumature senza pudore, vergogna, timore ma amare con tutto se stesso con ogni senso, con corpo e anima.

In alcuni versi poi compare la presenza di Marina Pizzi e il suo stile incofondibile, intrecciato e smanioso «come le serve vogliono morire / di un attacco immune, colpo sordo / non imposto randagismo» ma anche complesso e rigoglioso come “salici piangenti”.

«Conosci la terra piena dei Cristalli? / Ora è già il giorno / L’ho presa tra le mani la tua costa di lastra / Tonda e nervata che un labbro / l’avrebbe fatta sanguinare / L’ho tenuta sull’anima come sulle dita / posata lieve col tormento / che l’ansia mia potesse sgretolarla» (p. 40) e «Perchè il cielo stilla sempre Amore / e tu lo sai / E avvinta alla balza viscosa del sogno / come al trapezio di uno spazio / senza principio nè fine / ti sei lasciata stringere e mi hai presa». (p. 49). Questi versi declamano una dichiarazione d’amare l’altro e niente più, nella grandezza e smisurata forza che un sentimento può provocare in una donna nei riguardi dell’amato, se pur con spine che fanno sanguinare si lascia penetrare l’autrice per far sgorgare il rosso del sangue e quello della passione che colerà su corpi sacrificati all’altare del dio Eros, coinvolgendo le menti dei lettori che ignari si lasceranno bagnare dai versi d’amore di “Amare, null’altro” di Lucia Pinto, colpiti da questo’amore spietato che arde – incurante del come del quando e del perchè – agisce senza chiedere permesso.