leièmaria, ultima opera di Annamaria Farabbi, è un’opera di elevato significato teologico e marianologico, la cui ispirazione porta ad una profonda sintesi epistemologica sulla natura spirituale. Il filo si snoda dentro un percorso segnato dal limite tra veglia e sogno; non un krime netto, lineare, ma un circuito cocleare, aderente al mistero esoterico che la “pellicola” mnesica registra. La tua scrittura così come la mia fotografia deve uscire dal proprio io, non annegarci dentro, dice la poetessa alludendo ad una scrittura che, come la fotografia, deve uscire dal proprio Io, senza annegarci dentro. Preso come tale, il percorso segue decibel percepibili a livelli acustici compresi entro frequenze particolari, non percepibili a tutti. Parliamo naturalmente in termini metaforici; lo scopo è di raggiungere un livello spirituale.

Sono gli iniziandi che, in antico, percorrevano un tragitto circolare sotto vari aspetti sovrapponibile al viaggio dell’autrice. Tale mandala, richiedeva il superamento di tappe segnate dalla presenza di serpenti posti per terrorizzare coloro che, iniziato il percorso, dovevano rafforzare il proprio io fino al traguardo che simboleggiava la guarigione. Questo principio, sembrava antesignano del noto enunciato omeopatico fondato da Hanemann: Similia similibus curantur. In pratica ristabilire un equilibrio energetico e psichico, comportava l’allenamento con prove temerarie one way, a senso unico, verso la guarigione. Il terrore si curava con il terrore, la paura del mistero con il mistero. Thauma era meraviglia e terrore al contempo. La sua cura veniva chiamata taumaturgia.

La mia contabilità interiore è al rogo. Ho assassinato gli ultimi quaderni di poesia, sforbiciato i fili della comunicazione, sotterrato nell’orto il vocabolario. Vivo l’inverno in me stessa: le cellule dell’io, che sistaccano, cadono a bucce, marciscono e non sono più necessarie. Anna Maria Farabbi inizia un viaggio morale partendo dalla eredità di una donna che non conosce perché entra nel mio vuoto profondo, dove il freddo ha ristretto, rattrappito, miniaturizzato le case, il cuore, le parole. Butto poche sostanze in valigia. C’è bisogno di trovare una strada che per la poetessa non è solo metaforica ma reale e significa attraversare la terra, fonte inesauribile di affettuosi slanci materni. In Ave Madria, confida: Madre di tenerezza apri questo guscio di noce/ ho mani rovinate e con la lingua non riesco/ la polpa tenerissima del gheriglio si mangia/ e il mio io profondo profondo, nel buio ha fame

prego così mentre cado per terra,

per poi rialzarsi senza mai interrompere la parola e così non muore l’incanto:

madonnina del silenzio convoco la mia parola davanti a te/ dopo un lungo esercizio interiore/ dentro cui ho cantato solo fiato/ io so che la tua pancia incinta è silenzio e il silenzio è un vuoto amniotico dentro cui agisce/ la creazione fuoco con cui cuocere l’io e il noi

La parola è dentro, è il gheriglio protetto dentro il ventre di Artemide, dea che cura le buone madri, coloro che, degne di portare la parola, saranno guarite e se guarire è creare, la gioia che ne deriva è sempre e ancora, creare. Per esempio trasfigurare il silenzio del respiro (ruah, lo spirito femminile dell’antico testamento) in canto. Allora il significato di madre non si lega specificamente ad un ambiguo archetipo culturale (cristiano o pagano), bensì alla preghiera. Solo leièmaria. Non è l’immagine che cura, maria non è un nome proprio, come fa capire l’autrice nell’incedere dell’opera. Solo la preghiera come parola si conforma alla divinità. Il logos diventa divino e precisamente maria è la parte femminile del Logos, colei che crea. Infatti dice: che io abbia il ritmo tenace dell’ape/ la sua leggerezza nella tessitura/ tra il significato del fiore e quello della madre regina, perché non può esistere sopra la terra la bellezza superiore di un campo di fiori senza la parola viva.

Aky Vetere