L’eterno ritorno

Laocoontiche radici

custodiscono porte

d’un mondo arcano.

La montagna ha i suoi segreti:

a noi è dato solo ascoltare

acqua che gorgoglia piano,

a noi è dato solo osservare

tramonti di porpora e oro

e un’ala che vola lontano,

a noi è dato talvolta di scoprire

ignoti sentieri e tracce e tane,

il rinverdire e l’appassire,

la fragile bellezza d’equinozi,

l’eterno ciclico alternare

di pianto e riso, gioia e dolore.

Questa è una delle trentasei liriche della nuova silloge di Rosa Maria Corti Terragni, La mia valle, una raccolta interamente dedicata alla Valle Intelvi. Ogni lirica è un spazio di contemplazione, tra stupore e malinconia, un idillio di nostalgia, ritagliato dalla convulsa vita contemporanea, un omaggio alla universale bellezza di un sito vicino dove ancora abbondano le tracce di un mondo che fu: la civiltà contadina e montanara. Ogni poesia è una boccata d’ossigeno, una sorsata d’acqua fresca di cui siamo grati alla poetessa. Il paesaggio diventa interlocutore e confidente. Un senso di amicizia tra le cose e per le cose. La parola è precisa e pulita: aderisce alla realtà e ne riproduce i contorni e le forme. Una poesia che sembra riportarci, come spirito, ad un’altra epoca, al tardoromanticismo di Carducci o al decadentismo di Pascoli. Dico questo in senso buono, cioè come un’ulteriore prova che la poesia non è mai solo antica, passata o contemporanea, ma eterna, nel senso che, pur mutando forme e modalità d’espressione, l’animo di fondo trasvola di epoca in epoca e permane nel suo intuitivo nucleo originario.

Luigi Picchi