Recensione di Alessandra Peluso

Si avverte un intenso legame con la Terra: sensazioni, emozioni che ridondano di amore che nasce sulla terra in A le mie Terre, di Laura Ottaviani.

È sensibile all’esistenza, amante della vita, l’autrice, è attenta a conoscere la sua anima e il suo corpo, ad ascoltarsi e riesce ad elevarsi in uno stato di onirica virtù. È sogno la sua terra, è vita, e «i corpi sono / anime / che stan sognando / un sogno». (p. 15). I versi narrano un’esistenza che ama, una donna che è legata alle sue radici, che vive di percezioni tangibili che appartengono alla Terra. «Questo mio corpo / che donna ha preso / forma / canta la voce della / Terra / che d’argilla odora / perchè ogni volta che / ripensa il Cielo / a come è stata già / in quell’abbraccio / si leva lieta / ad incontrare il Sole / che sa che poi sarà / tra le tue braccia». (p. 25). Come è naturale che sia: la Terra non può esistere senza il Cielo, la donna senza l’uomo, la luna senza il Sole che vuole raggiungere implacabilmente per sentire ancora il calore delle braccia. È amabile la poesia di Laura Ottaviani, è eterea perchè riluce di bellezza spirituale, di luce emanata da un’anima che sorride, ascolta, guarda e terrena come il corpo “che ha radice dentro il fondamento”.

Parlano i versi della silloge “A le mie Terre”, sono loquaci anche nel silenzio e l’ascolto è doveroso. È bellissimo il parallelismo tra corpo ed anima – penetrante nel verso – affonda il cuore del lettore che accoglie e tende le mani come si fa quando si riceve un dono. Si legge: «Chi sogna / dentro il sogno / le tue mani / al mio involucro d’erba / le tue mani / … / come la Terra nel suo canto / al Cielo». (p. 36). Mentre è forte il desiderio di eternità, di rendere imperituro il sogno, di catturare quell’amore ideale, platonico, talmente grande che può essere visto come l’amore rivolto ad uomo o verso l’Idea, un dio o la realizzazione di se stessa nel perfetto equilibrio tra anima e corpo. Dal sogno, l’eterno – Laura Ottaviani – ci traghetta abilmente sulla Terra: «A Te / io chiedo / Terra gia nata Terra già indivisa / quali parole / al principio / per ceder il tuo assenso / quali promesse…». (p. 41).

La silloge “A le mie Terre” sembra animata da una saggezza tolteca che nasce dalle profonda verità condivise da tutte le sacre tradizioni esoteriche del mondo. Onora la via spirituale quella pratica, terrena, caratterizzata da un rapido accesso alla felicità e all’amore. È un’artista Laura Ottaviani che ricerca la verità e la ricerca nella vita. È nella vita la bellezza che la guida, dalla quale cerca con la sua anima di raggiungere la padronanza di sè e dell’amore verso l’altro, raggiunge la perfezione dello spirito che beato ammira il Sole, la Luna, la Terra, le sue Terre: «Vasto / il mio cielo sorge / dentro aurore infuocate / e alati messaggeri / conduce / a me / d’innanzi». (p. 43). E ancora si legge: «Ecco / dal buio / emerge / vasta e rotonda / Luna». (p. 46).

Tra rime e allitterazioni i versi danzano seguendo un ritmo paradisiaco lento e soave e in quest’atmosfera l’idillio tra spirito e corpo è annunciato. Il Cielo e la Terra si incontrano in perfetto incastro dove nulla è al di fuori di questa cornice poetica meravigliosa.

Non ha tempo e non ha spazio la poesia di Laura Ottaviani: è profonda come la notte, è vasta come la Terra, è piena come la Luna, è vitale come lo spirito che aleggia su “A le mie Terre” e il lettore non può che lasciarsi incantare. I versi si ascoltano e si percepiscono come il dolce preludio d’amore di Liszt. Richiamano, inoltre, le poesie degli Indiani d’America, i Canti dei Navajo: «Oh Grande Spirito, / la cui voce ascolto nel vento, / il cui respiro dà vita a tutte le cose. / Ascoltami; io ho bisogno / della tua forza e della tua saggezza, / e fa che i miei occhi sempre guardino / il rosso e purpureo tramonto. / … / Io cerco la forza, / non per essere più grande del mio fratello, / ma per combattere / il più grande nemico: Me stesso. / Fammi sempre essere pronto a venire da te con mani pulite / e sguardo alto. / Così quando la vita si appassisce, come appassisce il tramonto, / il mio spirito possa / venire da te senza vergogna».

«E tu vita / che pervadi i nostri corpi / … / dinanzi a te / la morte si rifugge / vita che ci respiri». (p. 51). E con questi versi il lettore può finalmente permettere l’incontro dello spirito col corpo in una perfetta armonia dei sensi.