Quando all’inizio degli anni ’90 del secolo passato iniziai le mie discese in treno da Udine a Casarsa il più delle volte alla stazione mi attendeva Giuseppe Mariuz. Stavamo allora sulle tracce dei personaggi pasoliniani – mi si permetta di chiamarli così anche se filologicamente non mi sembra del tutto corretto – e mi frullava in testa un’idea persistente, tanto da irradiare onde su tutto quello che poteva far parte del tema pasoliniano e non solo.

Certo – Bepi Mariuz non se l’abbia a male – prediligevo scendere, spesso clandestinamente, con un vecchio motorino che non superava i 40km all’ora perché con quel mezzo potevo più facilmente immaginarmi… in sella ad una bicicletta e spingermi dove la macchina non poteva arrivare. Inoltre, quella condizione mi permetteva la concentrazione e l’attenzione che solo il viaggio solitario consente, per poter meglio mettersi all’ascolto delle sensazioni del paesaggio e dell’umanità che si incontra anche casualmente. Mi consentiva anche di spingermi, per perdermi non poche volte, tra le stradelle di terra battuta dei campi casarsesi e sanvitesi, e con un semplice giro di acceleratore attraversare l’acqua filo-terra delle risorgive, tra mulini o borghi come Bannia e Marzinis.

E più giù ancora, percorrendo la strada statale del Tagliamento, ma costeggiando i bordi alti del canale che va verso Portogruaro e il mare. Oppure scoprire il Boscàt e la Madonna, dai colori e dai contorni più che smarriti, sotto l’androne di un arco, cui Pasolini accenna in uno dei suoi scritti. Madonna ora totalmente cancellata dall’inclemente mano di calce bianca che la ricopre…continua a leggere il contributo di Danilo De Marco su Nazione Indiana