Nel naturale passaggio dei mesi e delle stagioni si intrecciano le vicende della quotidianità di un poeta, un uomo, un cittadino italiano: Marcello Marciani che le racconta nel suo libro La corona dei mesi.

È singolare il modo di parlare della realtà seguendo un verso ritmato in crescendo, tra rime, metafore, allitterazioni, sorgono i versi splendidamente creando quadri sublimi, a volte onirici altre reali e dolorosi come la vita. Marciani narra con le sue poesie la vita che presenta tanti volti, sfaccettature, colori, monocromie di nero in un continuo andirivieni, come l’eterno ritorno di Nietzsche o la circolarità del reale e irreale di Hegel.

Così La corona dei mesi compie il suo viaggio, passando ad esempio dal mese di Aprile: «Linde e pinte queste case con piatti e tutto ci hanno dato. / Hanno fiato queste case – su fondamenta molleggiate. / Coibentate luminose – fra le campagne smarginate. (…). Ė un teatro di posa a pezzi l’alta città dei puntelli: Collemaggio è un’arca d’aria, scimmia di putrescenze è il centro». (p. 21). Triste poesia, colma di malinconia e sofferenza per una città, l’Aquila, distrutta dal terremoto che è lì quasi uno scheletro, scarnita e affaticata. E noi stiamo a guardarla da spettatori inermi, sperando che presto la città avesse nuovamente un volto.

Si giunge nel mese di luglio e Marciani si diverte con saccente ironia, chiara e meticolosa descrizione del verso a raccontare una stagione dove ognuno cerca di vivere con leggiadria, distrae la mente, fa annaspare i propri pensieri, lasciandosi alle spalle i problemi della quotidianità; mentre «Vaneggia avanzando fra le blatte la Madonna del Porto in agonia: scie di liquami la travolgono, fugge o irride la folla dalla riva». (p. 27). Il lettore si lascia cullare da quest’armonia di versi che si scontra – interrompendo il ritmo come di un metronomo – con la realtà, con una tormentata attualità che comprende l’incuria dell’uomo, la mancanza di un lavoro, le spese eccessive, l’assenza di un futuro che comporta una sterile vita nell’ondeggiarsi continuo dei mesi e delle stagioni.

«Oggi acchiappano nuvole i papà al sindacato / perchè ottobre è una resa allo scarto globale / perchè siamo una spesa che non arrizza onde / e il mercato che arranca è un cartone di pancia». (p. 33).

Si innestano dolori, preoccupazioni, arrendevoli sensazioni di malinconia emergono in Novembre: «Cantano sventolando ai tetti i loro incerti futuri / implorano ascolto e diritti da un parlamento di muli / i ragazzi che sciamano su tegole piazze e striscioni / Che orgia di fiori e cartelle dona alle tombe novembre / che sballo di voci e rimorsi affolla le ossa dei versi…». (p. 35). I versi di Marcello Marciani sono un nitido esempio di come sia possibile poetare, narrando l’attuale condizione sociale incerta, sofferta, apatica, fuorviante dove è necessario comunque trovare qualcosa in cui credere, un senso per poter vivere. E forse questo senso Marciani lo ha trovato nella poesia.

Così La corona dei mesi giunge al mese di dicembre e si legge: «Se Natale è quella fiaba sopra un bimbo in paglia e muschio / il mio splende in questo gabbio lungo un mare che mi tresca. / Non sapete che il mio nome vuole dir per noi Signore / non capite che ogni nascita è un avvento e una pastura». (p. 37) Come dargli torto? Un lettore che ama la poesia e non condivide la superficialità, non può non leggere questa silloge. E non solo, può sognare – tra i paesaggi e le rime e lo scorrere del ticchettio delle lancette dell’orologio che scandiscono il tempo – la speranza di un mondo migliore, il migliore dei mondi possibili, come direbbe Leibniz.

Poetare è una via sublime per comunicare e comunicarsi: il poeta Marcello Marciani parla a se stesso e – scegliendo il linguaggio poetico – diffonde con incisività questo messaggio di denuncia a noi tutti nei confronti di uomini distratti, catturati da effimeri accumuli di potere, prevaricando il benessere dell’ambiente, la salute, la perdita di valori primari come il lavoro, la libertà, l’uguaglianza. Ecco che balza alla mente la sensibilità di Federico Garcia Lorca e la sua più alta produzione letteraria “Poeta a New York” in cui i versi fondono perfettamente i temi politico-sociali e i modi espressivi del surrealismo.

La corona dei mesi è pertanto una raccolta di poesie di denuncia – dimostrando che non soltanto con articoli sui giornali, o inchieste ci si può indignare – di fronte ad una realtà che non è più possibile accettare né tollerare.