Silvia Caratti racconta La trama dei metalli: episodi di una vita quotidiana, intrecciati, tessuti attorno ad un’esistenza complessa. La silloge si dimostra duttile, malleabile, in grado di emanare energia positiva proprio come i metalli. E in questa materia trova la forza di tradurre in versi la sua vita, mi viene in mente Giosuè Carducci quando scrive: «Passa crollando i lauri l’immensa sonante epopea / come turbin di maggio sopra ondeggianti piani, / o come quando Wagner possente mille anime intona / a i cantanti metalli; trema a gli umani il core».

Sono tuonanti i versi di Caratti e luccicano per la sua vita che vuole ad ogni costo conquistare, scoprirne il significato e trovare l’amore. Così si legge: «Da tempo guardavo al tuo corpo / come in estinzione di pensiero. / Lo credevo una parabola, / un canneto spoglio bisognoso d’acqua …». (p. 2). E ancora: «Non ho nemmeno un nome tutto mio, / come tanti altri d’altronde / qui nello spazio dove vivo … ». (p.3). Sono poesie di materia e sostanza perchè si ricerca il quid dell’esistenza, la verità sull’amore. Silvia Caratti si interroga continuamente sul senso dell’amore e non senza sofferenza che la si percorre e percepisce in ogni verso: «I metalli sotterranei / indicano la via della purezza: / il nocciolo duro / il nucleo imparziale / come unica prospettiva di salvezza». (p. 13).

C’è una voglia di conoscersi, di amarsi e ritrovare la propria identità. C’è una spersonalizzazione dell’essere, la trama è talmente fitta e intricata che è difficile da sciogliere e raggiungere quel filo originario, il filo dell’esistenza e infatti guardandosi allo specchio scrive: «(lo specchio s’è spezzato / i gruppi sciolti / gli anelli fusi nello specchio) e simiglianza è una parola che sola non vuol dire niente». (p. 17).

Versi fluidi, sciolti, liberi come vorrebbe essere Caratti, esplicano l’intensità, il sentimento, la passione e nello stesso la perdizione, un passaggio necessario per ritrovare il senso della propria esistenza. Un pò come succede nel viaggio dantesco, dove Dante percorre l’Inferno, il Purgatorio sino a raggiungere il Paradiso: ecco questo sembra che sia una tappa obbligata dall’anima della poetessa prima di raggiungere il paradiso, l’equilibrio, il senso e il significato della propria vita.

La trama dei metalli è una testimonianza di come l’esistenza si debba toccare con mano e viverla nelle sue sfaccetture, capirne la trama e viverne del metallo: «Che abbia una trama stretta / di metallica apparenza / e un sorriso infantile / e una mano già alzata». (p. 21).

È tormentata la poesia di Silvia Caratti come la ricerca dell’amore, voluto, desiderato e anche quando crede di averlo dice: « … quando lieve tu mi dormi accanto / mi domando cosa ci leghi / all’ultimo pianeta / o se l’universo produca un suono / o se il tempo non sia un imbroglio / e in realtà noi ci dobbiamo ancora amare. / Io so che tutte le domande hanno un nome». (p. 22). Compare la ricerca disperata di un nome, queste convenzioni delle quali sembra avvalersi l’esistenza di Silvia o forse semplicemente sa e non vuole ammettere che ogni cosa ha un nome e un senso se lo si riconosce. Sarebbe come riconoscere se stessi e rispecchiarsi, dare un nome al proprio corpo, alla propria trama, alla propria vita e a tutto ciò che ruota attorno come pianeta o come forma o cornice. Finalmente sembra aver trovato il senso e il lettore non può non avvertire l‘inconfessabile e incatalogabile significato della vita da tempo tenuto nascosto, l’amore, quell’amore trovato che ha la delicata paura di non dirlo per non perderlo, non allontanarlo di nuovo da se stessa.

Leggere la trama dei metalli di Silvia Caratti è come fare un viaggio dove si incontrano ostacoli, sofferenze, gioie, sentimento dove il lettore si affezionerà a questi versi indifesi a volte, a volte passionali, carnali, altre semplici e puri come una dichiarazione d’amore. È vuole essere una dichiarazione che fa a se stessa nel comporre i suoi versi e a chiunque voglia avvicinarsi alla poesia, come un atto d’amore ritrovato, come il figliol prodigo perso – e ritornato – lo si accoglie a braccia aperte.