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Adele Bloch Bauer


da Trasmissioni dal Faro, la rubrica di Anna Maria Farabbi su Cartesensibili

Palazzi e ponti si frantumano in infinite scaglie di colore sull’acqua della laguna, formando arabeschi e decori raffinati, spirali luminose, percorsi labirintici o fluttuanti intarsi, privi di sfumature, dentro ai quali lo sguardo volutamente si perde. Ciò accade grazie alla confinante realtà, e non potrebbe essere diversamente, come avviene nei quadri di Klimt.

Avrà sicuramente pensato anche ad altro l’artista viennese: al cloisonnisme e alle antiche vetrate, ai mosaici visti a Ravenna, alle stampe giapponesi arrivate a lui già filtrate nei quadri di Van Gogh o all’arte bizantina; ma Venezia, come nessun altro luogo al mondo, dà modo di avvicinare in continuazione l’immagine al suo indefinibile riflesso, inteso come proiezione segreta dell’inconscio. Non vi sono confini prestabiliti. Ecco perché la linea in Klimt dall’esterno pare avanzare ondeggiante verso il nucleo della composizione, trasformandosi in sensuale tentacolo. Ed ecco perché l’ornamento dell’art nouveau forma nella sua opera una sorta di gabbia protettiva, dentro alla quale la mente si sente libera di coltivare le più segrete fantasie.

E’ un sentire interiore, amplificatosi in una Vienna tenacemente asburgica, ma col passo oramai malinconico e stanco…leggi qui l’intero contributo