La fede e l’attaccamento al bene fondante e rigenerante della poesia, che è nella veglia e nell’accompagnamento, nella sua capacità rivelatoria e azzerante, è il segno vero di questa raccolta, opera prima di un autore già fortemente maturo per compattezza e misura del verso, per vigilanza e fronte di sguardo. Per una presenza radicata in quegli spazi dove tra umano e preumano il tempo e la terra si affacciano e si celano rivelando negli sfilacciamenti un progressivo disconoscimento tra persone e luoghi, tra spiriti che seppure necessariamente in contatto non si lasciano accostare. Non a caso, e non a sproposito – proprio nel cuore del testo – la verità del discorso poetico, d’ogni discorso poetico, viene indicata da Peretti una cosmogonia di impronte nella cui voce è l’origine e il mistero che ci trascende.

Cosmogonia qui racchiusa nella piccola (ma in quanto tale compiutamente e perfettamente esemplificativa) area di vita del cuneese in una geografia attraversata e vista profilare nei suoi rimandi verticali, a ricucire e a rimarcare nel peso di un sotteso silenzio tutta l’inquietudine di uno smarrimento non solo personale “nel mondo che non vuole/ più essere nominato/ nemmeno sottovoce” . La dedizione è allora nel solco di un paesaggio da cui l’uomo pare non attendere più direzioni, narrato e vigilato nelle forme e nelle figure di una pericolosa interruzione e di un’oscurità senza riflessi incalzata e avversata in tutte le sue cancellazioni. Campi di battaglia (nel rimando dall’opera di copertina di Chiara Argentieri), inabitazioni che la parola e la presenza poetica tenta di spezzare dagli spazi vuoti, dai suoi frammenti colmandone i margini…

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