Guscio di noce, silloge del poeta di Manduria Vanni Schiavoni. Il titolo si rifà alla seconda scena del secondo atto dell’ Amleto dove il protagonista, rivolgendosi a Rosencrantz e Guildenstern, dice: “Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi il re di uno spazio senza limiti”. Il mancato re di Danimarca funge da guida al poeta e aiuta noi lettori a far luce nel tessuto ermetico dei versi. L’idea del re nel guscio di noce è giusta se si pensa al passato del poeta: uno Schiavoni, forse appartenente alla stessa famiglia che nel 1839 comprò un fiume, il Chidro, che sbocca in mare proprio presso Manduria. Passato e presente, Inghilterra e Argentina, ermetismo e cristallinità di concetti: questi sono i poli entro cui si muove l’autore che scrive un poemetto che si ricollega allo stile e all’impostazione della “Terra desolata” di Eliot, il poeta anglo-americano.

Il Chidro (assieme ad altri accenni e indizi) sottolinea la componente autobiografica che fu, però, preminente nei versi precedenti di Schiavoni, “Salentitudine”, primo volume di una trilogia che sarà completata col volumetto “L’atleta”. Ma l’autore avverte che nel “Guscio” “gli imperativi dell’io sono assorbiti dallo spettro vario delle ereditarietà che il sangue porta con sé”. E il fiume è parte di questa eredità. Dicevamo del binomio ermetismo-chiarezza. Si pensi ai versi: “Ma niente le si è mai negato / qui dove i bizantini mostrarono / la loro mancanza di delusione sulle arterie”. Bizantino è il poeta non solo per le origini ancestrali (Il Salento come appendice di Bisanzio) ma anche per le involuzioni della sua scrittura.

Versificazione che a volte funge da mappa di una formazione come quando si accenna a un’America mitologica (e infantile) abitata da Jesse James e WyattEarp. Il ‘western’ fa coppia, nel proprio passato, con, fra l’altro, le figure parentali, anch’esse avvolte in quell’onda schiumosa che alterna luce e tenebra. Si legga: “Risuona tua madre / nel naturale svolgersi della linea parentale / nel mio campo (ma intanto tuo / per un sicuro svolgersi della linea ereditaria) che piegava la schiena a gambe larghe / per baciare il terriccio e strappare / la gramigna insana all’alba”. Ereditarietà, dicevamo: questo rovello è esplicitato nell”incipit dell’ultima poesia: “Come liberi un padre / verso l’appuntamento acido?”. La risposta, tra Elsinore e Taranto, la fornisce il penultimo componimento là dove dice: “Trattenere da tutto questo le pupille / che mi tramonti addosso e ognuna scura / come il guscio di una noce dove impera / su un cosmo distratto il sangue / nel suo farsi discendenza tra il futuro / e l’indietro”.

Gaetano D’Elia – Pubblicato da Il Quotidiano di Bari 26/02/2013